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La festa del Crocifisso di Calatafimi-Segesta:Intervista a Giovanna Mazara già assessore alla cultura del Comune

Dopo oltre un decennio di silenzio, la Festa del Santissimo Crocifisso torna a Calatafimi-Segesta portando con sé non solo riti, colori e attese, ma anche domande profonde sul senso stesso della tradizione. Che cosa resta oggi di una festa nata come gesto intimo di devozione? Come si trasforma un rito collettivo quando entra in dialogo – e talvolta in conflitto – con il turismo, la sicurezza, l’economia?

A queste domande risponde Giovanna Mazara, già assessore alla Cultura del Comune di Calatafimi-Segesta, ma soprattutto testimone diretta di una memoria che attraversa generazioni. Il suo sguardo è insieme affettuoso e lucido: racconta una festa che cambia volto, che cresce, che perde e ritrova significati, sospesa tra appartenenza e spettacolo, tra passato e presente.

Ne nasce un dialogo schietto, senza retorica, in cui la Festa del Crocifisso emerge per ciò che è davvero: non solo un evento, ma un luogo simbolico in cui la comunità continua a interrogarsi su se stessa.

Giovanna, da come ne parli si capisce che questa festa nasce come un fatto profondamente intimo e devozionale: che cosa si è perso, secondo te, nel passaggio da festa di paese a grande evento turistico?

Quello che si è perso è soprattutto l’intimismo. La festa nasceva come un fatto profondamente devozionale, quasi domestico, vissuto all’interno della comunità. Era un modo sentito, personale, di rendere omaggio al Santissimo Crocifisso. Oggi questo aspetto si è molto attenuato, perché il taglio è diventato più spettacolare, più turistico, e inevitabilmente meno raccolto.

Tu dici spesso che oggi molti la percepiscono come “una festa per i turisti”: quanto pesa questa trasformazione sul rapporto tra la comunità e la propria tradizione?

Pesa parecchio. Quando la gente del paese dice “ormai non è più una festa nostra”, significa che si è rotto qualcosa nel rapporto identitario. Molti sentono che la festa non è più pensata per chi la vive da sempre, ma per chi arriva da fuori. Questo crea distanza e anche amarezza, pur restando una festa molto attesa.

Hai ricordato la forte competizione storica tra ceti maggiori e ceti minori: secondo te oggi questa dinamica è ancora viva o ha cambiato forma?

Quella competizione c’è sempre stata e, in qualche modo, continua a esistere. Un tempo era una vera gara di devozione e di prestigio: chi offriva di più, chi faceva meglio. Oggi è meno esplicita, ma resta una tensione sotterranea che fa parte della storia stessa della festa.

Rispetto alle edizioni del passato, oggi entrano in gioco sicurezza, responsabilità civili e grandi costi organizzativi: quanto è diventato più difficile, per un’amministrazione, sostenere una festa così complessa?

È diventato molto più difficile. Oggi un’amministrazione si assume responsabilità enormi, soprattutto sul piano della sicurezza. Quando la festa è patrocinata dal Comune, tutto ricade sul sindaco e sull’amministrazione. All’inizio ci sono state anche esitazioni, perché i costi sono alti e i rischi pure.

Hai accennato al rischio che alcune parti simboliche, come la salita dei buoi, risultino “svuotate” per motivi di sicurezza: temi che questo possa deludere chi vive la festa come memoria collettiva?

Sì, lo temo. Se alcune parti simboliche vengono ridimensionate o svuotate, si perde una componente emotiva fortissima. Chi vive la festa come memoria collettiva potrebbe sentirla meno viva, meno partecipata, quasi ingabbiata dalle regole.

La preparazione dei cucciddati, dei carri, delle decorazioni è un lavoro enorme e corale: quanto conta, secondo te, il coinvolgimento delle famiglie e delle scuole in questa fase preparatoria?

Conta tantissimo. È lì che si costruisce davvero la festa. Le famiglie che lavorano insieme, le mani esperte che insegnano, le scuole che portano i ragazzi a vedere come si preparano i cucciddati: tutto questo è comunità vera. È il momento in cui la tradizione si trasmette.

Parlando dei giovani, noti una certa distanza emotiva rispetto alla tua generazione: pensi che la festa riesca ancora a parlare davvero ai ragazzi di oggi?

C’è una distanza, sì. I giovani la vivono in modo diverso, più distaccato. Noi siamo una generazione di passaggio, abbiamo ancora ricordi molto vivi di com’era. Loro partecipano, ma con un coinvolgimento emotivo più tenue, perché il contesto è cambiato.

Hai evocato figure storiche come cavallari, massari, personaggi emblematici ormai scomparsi: quanto pesa l’assenza di queste figure nella percezione attuale della festa?

Pesa molto. Quelle figure davano un volto umano alla festa, erano simboli viventi. La loro assenza si sente, perché con loro se ne va anche una parte della memoria collettiva incarnata nelle persone.

Dal punto di vista economico, tra donazioni, raccolte e fondi pubblici, il tema è sempre delicato: credi che oggi la festa riesca ancora a essere sostenuta dallo spirito di comunità, oltre che dal denaro?

Lo spirito di comunità c’è ancora, ma è messo alla prova. I tempi economici sono difficili e non tutti possono contribuire come una volta. Però resta l’idea che la festa sia di tutti, e questo, nonostante tutto, continua a sostenerla.

Guardando a questa edizione così attesa dopo tanti anni, tra entusiasmo e perplessità: che cosa speri davvero che resti, alla fine, nel cuore dei calatafimesi?

Spero che resti il senso di appartenenza. Al di là delle difficoltà e delle polemiche, vorrei che i calatafimesi sentissero ancora che questa festa parla di loro, della loro storia e del loro modo di stare insieme.

Foto tratte dal WEB

Francesco Pintaldi

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