Birmania, viaggio tra pagode e memoria: da Yangon a Bagan, fino allo sguardo ferito di Salgado
Nel corso di una diretta Zoom coordinata dal notaio Salvatore Abruscato, il racconto di un viaggio in Myanmar si è intrecciato a una intensa riflessione sulla fotografia come testimonianza, arte e coscienza del dolore umano.
Una serata ricca di suggestioni: le architetture sacre della Birmania, il paesaggio senza tempo di Bagan, il significato del bianco e nero, la forza documentaria delle immagini di Sebastião Salgado.

Un viaggio in Birmania (Myanmar) tra storia, spiritualità e paesaggi sacri
Certe serate non si limitano a informare: aprono finestre interiori. È accaduto nel corso dell’incontro online coordinato dal notaio Salvatore Abruscato, che ha guidato i partecipanti in un doppio percorso capace di tenere insieme meraviglia e inquietudine, contemplazione estetica e coscienza civile.
Il primo tratto del viaggio ha avuto come meta la Birmania, oggi Myanmar, evocata attraverso il ricordo di un itinerario compiuto anni fa e restituito con il linguaggio semplice e partecipato di chi non mostra soltanto fotografie, ma riattraversa luoghi che gli sono rimasti dentro. Dalle coordinate geografiche del paese ai suoi confini con Cina, India, Thailandia e Golfo del Bengala, il racconto ha assunto presto la forma di una immersione nelle architetture sacre e nella spiritualità buddhista.
Yangon e la pagoda Shwedagon: il cuore religioso del Myanmar
Al centro della narrazione è apparsa subito Yangon, già Rangoon, con la maestà della pagoda di Shwedagon, presentata come il vero simbolo del paese. Il tono del racconto si è fatto quasi contemplativo nel descrivere la collina su cui sorge il complesso, le scalinate d’accesso, i leoni guardiani, le edicole, i templi posti ai quattro punti cardinali, la terrazza animata dai fedeli e dai monaci. Non era soltanto una descrizione architettonica: era il tentativo di restituire un ordine del mondo, un sistema di gesti, di simboli, di rispetto. Camminare a piedi scalzi, seguire il senso orario della visita, mantenere la dovuta distanza dai monaci: ogni elemento contribuiva a trasformare lo spazio sacro in esperienza culturale e umana prima ancora che turistica.

Riti, simboli e rispetto: l’esperienza dei templi buddhisti
Il racconto si è soffermato a lungo anche sull’iconografia del Buddha, sulla compostezza delle posture, sulla fissità solenne delle statue, sul bianco, sull’oro e sui verdi di sfondo che ricorrono come un lessico visivo costante. Ne è venuta fuori l’immagine di un paese in cui la religione modella il paesaggio e il paesaggio, a sua volta, si fa memoria di una civiltà millenaria.
Ma il punto forse più suggestivo della prima parte è stato l’approdo alla pianura di Bagan. Qui il tono della serata si è alzato di intensità. Bagan è stata evocata come una visione quasi irreale: migliaia di edifici religiosi costruiti in pochi secoli, un’immensa costellazione di pagode e templi che trasforma la piana in un luogo fuori dal tempo. Non una semplice area archeologica, ma una città viva, coltivata, abitata, attraversata dal lavoro artigianale e dal grande respiro del fiume Irrawaddy. In questa fusione di rovine e vita quotidiana si è colta una delle immagini più forti dell’incontro: la storia non come reperto immobile, ma come presenza che continua ad abitare il presente.
Le descrizioni del tempio di Ananda, delle terrazze, delle torri, delle simmetrie, delle scalinate e delle masse in laterizio hanno dato corpo a un Oriente di grande raffinatezza formale, lontano dagli stereotipi, eppure accessibile nello stupore immediato che suscita. Il Myanmar emerso da questa narrazione è apparso come una geografia dello spirito, un paese in cui arte, religione e paesaggio si compenetrano fino a diventare un’unica esperienza visiva.
Dal viaggio alla fotografia: il passaggio allo sguardo di Sebastião Salgado
Poi la serata ha cambiato registro.
Dalle architetture della Birmania si è passati infatti al mondo di Sebastião Salgado, introdotto dal professor Rosario Sanguedolce. E qui la contemplazione ha lasciato il posto a una riflessione più aspra, più dolorosa, più etica. Se la prima parte dell’incontro aveva mostrato la bellezza dell’uomo quando costruisce simboli e spazi sacri, la seconda ha mostrato l’uomo quando sfrutta, ferisce, abbandona.

La fotografia come testimonianza sociale e storica
Sanguedolce ha proposto una lettura intensa dell’opera del grande fotografo brasiliano, insistendo sul carattere non puramente artistico della sua ricerca. Salgado, è stato detto, non fotografa semplicemente: testimonia. La sua macchina fotografica entra nei luoghi del lavoro estremo, delle migrazioni, della povertà, della sofferenza, e rende visibile ciò che spesso il mondo preferisce non guardare.
Serra Pelada: l’inferno dei minatori nelle immagini di Salgado
Particolarmente forte è stato il momento dedicato alle celebri immagini della miniera d’oro di Serra Pelada. Le fotografie dei minatori che salgono lungo scale precarie, chini sotto sacchi pesantissimi, hanno suscitato nella conversazione parole di sgomento, richiami a Dante, immagini infernali, paragoni con antiche schiavitù e con le tragedie del lavoro in ogni tempo. In più di un intervento è emersa l’idea che il bianco e nero, nel caso di Salgado, non sia una scelta estetica accessoria, ma il linguaggio necessario per dare alla sofferenza la sua verità più nuda.
Lavoro, sofferenza e dignità: quando la fotografia diventa denuncia
Ed è proprio intorno al bianco e nero che si è sviluppata una delle riflessioni più interessanti della serata. Alcuni partecipanti hanno osservato come il colore possa restituire l’aspetto antropologico, ornamentale, perfino festivo di certi popoli e di certi contesti. Altri hanno difeso la scelta di Salgado, sottolineando come il bianco e nero concentri lo sguardo, elimini le distrazioni, renda più acuti i volumi, i contrasti, la luce, la tragedia. Non ne è uscito uno scontro, ma un dialogo vero sul senso della fotografia: documento, interpretazione, arte, ferita.

Bianco e nero o colore? Il dibattito sulla forza espressiva della fotografia
Molto bella anche la riflessione emersa sul rapporto tra fotografia e conoscenza. Non soltanto fotografia artistica, ma fotografia come strumento che custodisce memoria, rende storia ciò che altrimenti svanirebbe, illumina dettagli invisibili, sia nell’ambito del reportage sia in quello scientifico. In questo passaggio la serata ha allargato ulteriormente il proprio orizzonte, mostrando come lo sguardo fotografico, quando è autentico, non si limiti a registrare il reale, ma lo interroghi.
In fondo, è proprio questo il filo che unisce le due parti dell’incontro. Da un lato la Birmania delle pagode, dei Buddha, delle terrazze dorate e delle pianure disseminate di templi; dall’altro l’universo di Salgado, fatto di minatori, popoli dimenticati, migrazioni, dolore e rinascita. In mezzo, una stessa domanda: che cosa può fare davvero un’immagine?

Può custodire la bellezza. Può denunciare l’ingiustizia. Può fermare l’istante. Può trasformarsi in testimonianza morale. Può persino, come nel caso di Salgado e della sua Genesi, diventare una forma di guarigione, un ritorno alla natura dopo l’immersione nell’orrore del mondo.
La diretta coordinata dal notaio Salvatore Abruscato ha avuto proprio questo merito: non offrire una semplice sequenza di notizie o di fotografie, ma costruire uno spazio di condivisione culturale in cui il viaggio diventa racconto, il racconto diventa riflessione e la riflessione, infine, torna a interrogare ciascuno di noi. Perché dietro ogni pagoda, dietro ogni volto, dietro ogni scatto, resta sempre la stessa sfida: imparare a vedere davvero. Francesco Pintaldi

Ringrazio il prof Pintaldi per questa chiara, eloquente, descrizione dell’incontro online del 22 marzo sulla Birmania e su Salgado. Una descrizione ricca , affascinante, stimolante, coinvolgente dove la prosa si fa poesia, piena di riflessioni filosofiche, sociali, culturali; tutti gli aspetti degli argomenti trattati sono stati messi in evidenza ampiamente commentati con una competenza critica e narrativa impareggiabile tale da costituire un sapiente saggio che spazia in considerazioni profonde sull’arte, sulle bellezze architettoniche, sulla importanza e funzione della fotografia. Il professore non ha trascurato di evidenziare gli effetti culturali dell’incontro sunquelli che hanno partecipato e su quelli che vedranno la registrazione.
Salvatore Abbruscato
Ci accumuna egregio prof Pintaldi l’amore per la musica che lei ha la prerogativa di conoscere e di sapere suonare uno strumento affascinante quale è il sassofono tenore, difficile da gestire ma dalle sonorità sorprendenti. Lei con i suoi assoli fatti anche di parole è capace di farci rivivere sensazioni che noi con i nostri modesti prodotti ci sforziamo di suscitare in chi legge e vede, le stesse emozioni che abbiamo provato ammirando un monumento o restare commossi e in silenzio quando siamo in presenza di eventi fotografici che ripropongono alla nostra coscienza di umani le terribili immagini di un mondo a me sconosciuto. Spessso vedendo le opere di Salgado una forte commozione mi impediva di proseguire nella visione. Lei con il suo bellissimo assolo di parole riporta tutto a una dimensione umana e ci fa credere che forse è la speranza che ci può dare un poco di luce. Un abbraccio suo Rosario Sanguedolce
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Ho partecipato con grande interesse all’incontro dedicato al viaggio in Birmania, e desidero esprimere la mia sincera gratitudine per la qualità e la profondità della proposta culturale.
Ciò che mi ha particolarmente colpita è stato il dialogo tra paesaggio, memoria e sguardo: dalle architetture sacre di Yangon fino alla distesa quasi metafisica di Bagan, dove migliaia di templi e pagode disegnano un orizzonte senza tempo. In questo percorso, il riferimento allo “sguardo ferito” di Salgado ha aperto una riflessione intensa sul ruolo dell’immagine come testimonianza etica oltre che estetica. Ho percepito con forza come il viaggio non sia stato presentato solo come esperienza geografica, ma come attraversamento interiore, capace di mettere in relazione storia, spiritualità e responsabilità dello sguardo contemporaneo.
A questo proposito, desidero inserirmi con una breve nota personale: ho condotto uno studio di archeoastronomia satellitare su alcuni templi della Birmania, che sarò lieta di condividere ed esporre in un eventuale futuro incontro, qualora vi fosse interesse ad approfondire anche questa prospettiva di ricerca. Questo incontro ha generato in me il desiderio di approfondire ulteriormente questi temi, sia dal punto di vista visivo che teorico, e credo possa essere l’inizio di nuove e preziose occasioni di confronto.
Ringrazio di cuore tutti gli organizzatori e i partecipanti per la condivisione e l’attenzione, con l’auspicio di ritrovarci presto in nuovi percorsi di ricerca e dialogo.
Un caro saluto a tutto il gruppo. Cinzia Defendi