L’Andalusia araba nello sguardo di Rosario Sanguedolce
Un viaggio per immagini tra Granada, Siviglia e Cordova, alla scoperta di un patrimonio nel quale arte, storia e civiltà continuano a dialogare.
L’Andalusia raccontata dal professor Rosario Sanguedolce è un intreccio di luce, acqua, architetture e memoria. Attraverso le fotografie scattate durante un viaggio compiuto con la moglie nel marzo del 2008, la sua relazione ci accompagna alla scoperta di una civiltà che ha lasciato nella penisola iberica testimonianze di straordinaria bellezza.

Nel corso di una relazione accompagnata da un ampio repertorio fotografico, il professore ha guidato il pubblico attraverso alcuni dei luoghi più rappresentativi dell’arte islamica nella penisola iberica. Non una semplice successione di monumenti, ma il racconto appassionato di un’esperienza personale iniziata nel marzo del 2008, quando, insieme alla moglie, intraprese un viaggio lungamente desiderato. In quell’occasione scattò oltre millequattrocento fotografie: ogni ambiente, ogni prospettiva, ogni dettaglio gli sembrava degno di essere osservato e conservato.
Docente di Farmacologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Palermo, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e studioso impegnato nella ricerca oncologica, Sanguedolce coltiva da molti anni anche la fotografia d’arte. Le sue immagini sono state pubblicate in importanti volumi dedicati, fra l’altro, agli stucchi di Giacomo Serpotta e alle chiese di Palermo ed esposte in contesti nazionali e internazionali. Nel suo lavoro la fotografia non è soltanto documentazione, ma uno strumento per interpretare la realtà e avvicinarsi alla bellezza.
L’eredità di al-Andalus
La relazione ha preso avvio dalla nascita di al-Andalus, il nome con cui i musulmani indicarono i territori della penisola iberica sottoposti al loro dominio a partire dall’VIII secolo. Quella presenza, durata con alterne vicende per quasi otto secoli, lasciò un’impronta profonda nell’architettura, nell’organizzazione delle città, nell’agricoltura, nella lingua e nella cultura europea.

L’arte andalusa nacque dall’incontro di tradizioni differenti: l’eredità omayyade proveniente dalla Siria, l’essenzialità berbera e la creatività delle popolazioni locali. Da questa fusione ebbe origine un linguaggio artistico immediatamente riconoscibile, costruito attraverso archi, intrecci geometrici, iscrizioni calligrafiche, motivi vegetali, ceramiche policrome e delicate decorazioni in stucco.
Nelle architetture islamiche lo spazio non appare mai immobile. La luce scorre sulle superfici, l’acqua moltiplica le forme attraverso i riflessi, i giardini prolungano gli ambienti e le decorazioni sembrano dissolvere la consistenza delle pareti. Il risultato è un’arte capace di coinvolgere lo sguardo e, nello stesso tempo, di invitare al raccoglimento.

Granada e l’incanto dell’Alhambra
La prima tappa del percorso è stata Granada, con il complesso dell’Alhambra, realizzato soprattutto durante il dominio della dinastia nasride. Fortezza, dimora reale e cittadella, l’Alhambra rappresenta una delle espressioni più alte della civiltà di al-Andalus.
Le fotografie del professor Sanguedolce hanno condotto i partecipanti attraverso il Mexuar, destinato alle udienze e all’amministrazione della giustizia, il Patio de los Arrayanes, o Cortile dei Mirti, la Torre di Comares e il celebre Cortile dei Leoni.
Protagonista costante è l’acqua: raccolta nelle vasche, incanalata nelle fontane e lasciata scorrere lungo sottili percorsi di pietra. Per una civiltà nata anche in territori aridi, essa non rappresentava soltanto una risorsa indispensabile, ma un’immagine di vita, purezza e armonia.

Nel Cortile dei Mirti, il grande specchio d’acqua riflette le architetture e sembra conferire loro una seconda esistenza. Nel Cortile dei Leoni, invece, le colonne esili e ravvicinate producono l’impressione di una leggerezza quasi irreale. Gli archi, gli arabeschi e le muqarnas — decorazioni simili a stalattiti — trasformano gli ambienti in composizioni nelle quali geometria e immaginazione convivono perfettamente.
Davanti a tanta ricchezza, il fotografo non si limita a registrare ciò che vede. Cerca una presenza umana, un gesto, uno sguardo che stabiliscano un rapporto tra l’opera e chi la contempla. Da questa attenzione è nata una delle riflessioni più significative della serata:
«L’arte non ha etichette.»
Un’opera autentica, infatti, può emozionare indipendentemente dall’origine, dalla religione o dal popolo che l’ha prodotta. È una considerazione particolarmente attuale in un tempo nel quale le differenze culturali vengono talvolta adoperate per separare anziché per favorire la conoscenza reciproca.
Siviglia, città di incontri
Il viaggio è proseguito a Siviglia, definita nel corso della relazione «la bella fanciulla che non sfiorisce mai»: una città luminosa, vitale, capace di custodire le testimonianze di epoche e culture differenti.
La Giralda, antico minareto della moschea almohade successivamente trasformato nel campanile della cattedrale, costituisce il segno più evidente di questa stratificazione. Non è soltanto una torre, ma la rappresentazione concreta di una storia che non cancella completamente ciò che l’ha preceduta e, in alcuni casi, lo accoglie all’interno di una nuova identità.
Un’altra tappa fondamentale è stata quella del Real Alcázar, ampliato in epoca cristiana grazie anche al lavoro di maestranze musulmane. Nei suoi cortili, nei rivestimenti di piastrelle e nelle decorazioni si sviluppò lo stile mudéjar, frutto dell’incontro tra committenza cristiana e tradizione artistica islamica.
Le immagini della Casa de Pilatos hanno mostrato un’ulteriore sovrapposizione di linguaggi: elementi romani, forme rinascimentali, decorazioni mudéjar e migliaia di azulejos convivono in un palazzo che sembra trasformare la diversità in equilibrio.
Particolarmente intensa è apparsa una fotografia della Venere dormiente. Sanguedolce ha raccontato di averla osservata senza alcun turbamento, cogliendovi soltanto la dolcezza e l’armonia della figura. È il passaggio dalla semplice visione alla contemplazione: lo sguardo non si appropria della bellezza, ma se ne fa custode.
Cordova e la foresta di colonne
Il momento forse più suggestivo della relazione è stato dedicato alla Grande Moschea di Cordova, oggi Moschea-Cattedrale. Per ottenere una veduta complessiva del monumento, il fotografo racconta di avere affidato la propria macchina fotografica a un operatore che lavorava su una gru nelle vicinanze. Da quella insolita iniziativa nacque un’immagine dall’alto capace di restituire l’ampiezza e la complessità dell’edificio.

All’interno si apre la celebre successione di colonne e archi sovrapposti a conci bianchi e rossi. Le colonne, in parte provenienti da costruzioni romane e visigote, avevano dimensioni diverse; il sistema dei doppi archi permise di armonizzarne le altezze e di sostenere la copertura. Ne derivò una soluzione architettonica di straordinaria efficacia, oltre che di grande forza visiva.
Entrare in questo spazio significa trovarsi davanti a una vera “foresta di colonne”. La ripetizione degli archi, la penombra e le prospettive che sembrano moltiplicarsi generano un iniziale senso di disorientamento, seguito dalla meraviglia.
Nel cuore del monumento, la cattedrale cristiana inserita nella precedente moschea rende evidente la complessità della storia. L’edificio non può essere letto come espressione di una sola epoca: porta su di sé i segni di conquiste, trasformazioni, conflitti e contaminazioni. Proprio per questo costituisce uno dei simboli più eloquenti dell’identità europea e mediterranea.
Medina Azahara, il sogno incompiuto
L’ultima tappa ha condotto a Medina Azahara, la città palatina costruita nel X secolo nei pressi di Cordova per volontà del califfo ʿAbd al-Raḥmān III. Pensata come manifestazione della potenza del califfato, ebbe una vita breve e venne distrutta durante le lotte che portarono alla dissoluzione politica di quella stagione.
Oggi le sue rovine raccontano la fragilità del potere e, nello stesso tempo, la capacità dell’arte di sopravvivere alle vicende umane. Capitelli, archi e frammenti decorativi consentono ancora di intuire la magnificenza di quella città, divenuta quasi il simbolo di un sogno interrotto.
La bellezza come luogo d’incontro
Nel dialogo conclusivo è emerso anche un interessante accostamento tra l’arte islamica andalusa e il Barocco palermitano. Si tratta di linguaggi profondamente diversi per epoca, cultura e significato religioso, ma accomunati dalla volontà di suscitare stupore attraverso la ricchezza delle forme e delle decorazioni.
Chi entra nell’Alhambra o in una grande chiesa barocca di Palermo avverte, pur in contesti differenti, una sensazione di meraviglia. Lo spazio perde la propria rigidità e diventa movimento, luce, colore. L’arte sembra voler condurre il visitatore oltre la realtà quotidiana.
La relazione del professor Rosario Sanguedolce ha offerto, dunque, molto più di una visita virtuale attraverso alcuni celebri monumenti dell’Andalusia. È stata una riflessione sul valore dello sguardo, sulla memoria custodita dalle immagini e sulla capacità della bellezza di mettere in comunicazione mondi differenti.

Dio solo è grande
Le fotografie hanno documentato un viaggio, ma soprattutto hanno rivelato un atteggiamento: la disponibilità a fermarsi, osservare e lasciarsi sorprendere. Questa potrebbe essere la lezione più preziosa della serata. Conoscere l’arte di un altro popolo significa avvicinarsi alla sua storia, comprenderne la sensibilità e scoprire che le civiltà, quando entrano in dialogo, non perdono la propria identità: la rendono più ricca.

COMMENTO
Il prof. Pintaldi ha sviluppato un ampio commento dell’incontro culturale svoltosi il 9 settembre nella mia piattaforma zoom nel quale il prof. Sanguedolce ha parlato dell’Arte Araba nell’Andalucia mostrando un buon numero di fotografie da lui stesso fatte durante il suo viaggio nel 2008 insieme alla moglie.In tale commento il professore ha esaminato minuziosamente tutte le tappe del viaggio e i vari capolavori dell’arte araba illustrati con le fotografie, mettendo bene in evidenza la loro importanza nella cultura europea e lo scopo dell’incontro che è quello di fare conoscere la storia degli Arabi conquistatori della Spagna e la loro raffinata arte ; viene definito un viaggio per la conoscenza di un patrimonio nel quale arte, storia e civiltà continuano a dialogare.
E’ stata colta la bellezza , valore eterno che non conosce limiti territoriali, nella visione dei monumenti, delle colonne, delle cupole, delle città; tutta la presentazione è stata arricchita dalle osservazioni del prof Pintaldi., che non ha trascurato nessun particolare per immergerci in questo fantastico viaggio nella storia e nella cultura araba . Grazie ai due illustri professori.
Salvatore Abbruscato
Egregio prof Pintaldi la ringrazio per il dotto commento da lei rilasciato alla mia conferenza su l’arte araba in Andalusia. E’ molto interessante leggere i suoi commenti ,per come lei sa fare, perché il lettore si rende conto meglio degli argomenti sviluppati nella conferenza. La conferenza online per sua propria natura può essere fugace mentre se corredata da un commento diventa di totale comprensione. La registrazione può offrire e offre in realtà un valido supporto ma questa ultima e’ disponibile dopo diversi giorni quando l’interesse dell’ascoltatore è ormai esaurito. Diverso è il risultato se la registrazione è disponibile subito. Comunque la botte piena e la moglie ubriaca e’ un vecchio proverbio sempre di attualità. Ancora grazie e buonasera
Ho letto con grande interesse e con particolare trasporto l’articolo del professor Francesco Pintaldi dedicato alla presentazione del professor Rosario Sanguedolce. Ancora una volta il prof. Pintaldi riesce, con la sua consueta puntualità e precisione, a restituire non soltanto i contenuti di un incontro, ma soprattutto la bellezza e il significato più profondo di ciò che viene raccontato.
Questa volta il viaggio nell’Andalusia araba mi ha toccata anche personalmente. Ascoltando e leggendo di Granada, Siviglia, Cordova, Almería e degli altri luoghi evocati, ho ritrovato il ricordo di un caro viaggio che feci molti anni fa con mio marito, appena sposati. Tornare idealmente attraverso queste immagini e queste parole in quei luoghi così ricchi di storia, arte e stratificazioni culturali è stata per me un’emozione particolare. Ho apprezzato molto il modo in cui il professor Sanguedolce ha saputo guardare l’Andalusia attraverso la fotografia, soffermandosi non soltanto sui grandi monumenti, ma sui dettagli, sulla luce, sull’acqua, sulle geometrie, sulle decorazioni e su quella straordinaria capacità dell’arte di far dialogare civiltà differenti. Mi è rimasta particolarmente impressa l’idea, richiamata nella relazione, che l’arte non abbia etichette: la bellezza, quando è autentica, può superare confini geografici, religiosi e culturali e diventare uno spazio comune nel quale incontrarsi. Il prof. Sanguedolce ha avuto inoltre la gentilezza di chiamarmi in causa durante la presentazione, ricordando il mio interesse per le architetture e per quei meravigliosi tetti e soffitti lignei con raffigurazioni stellari. Lo ringrazio particolarmente per questo richiamo, perché mi offre l’occasione, in qualità di archeoastronoma e artista visiva dell’Accademia di Brera, di aggiungere una piccola riflessione che mi è stata richiesta proprio a completamento del suo intervento. I soffitti lignei stellati dell’Andalusia sono tra le espressioni più affascinanti dell’arte arabo-andalusa e del successivo mondo mudéjar. La tecnica è conosciuta come artesonado, nell’ambito della tradizione della carpintería de lo blanco: una straordinaria sintesi di geometria, carpenteria e decorazione, nella quale l’intreccio delle forme geometriche trasforma il soffitto in una vera architettura del cielo. Ed è proprio qui che, per me, arte e archeoastronomia possono incontrarsi. Le stelle, le geometrie, le ripetizioni, le simmetrie e la struttura radiale non sono soltanto elementi ornamentali da osservare per la loro bellezza: diventano anche un linguaggio attraverso il quale una civiltà ha espresso una determinata concezione dell’ordine, dell’infinito e del cosmo. È uno degli aspetti che mi affascinano nella mia ricerca ArcheoastronomiART®, dove l’archeoastronomia si avvale anche dell’arte per interrogare le forme, i simboli e il rapporto dell’uomo con il cielo. Penso, ad esempio, alla straordinaria suggestione dei soffitti stellati dell’Alhambra di Granada e del Real Alcázar di Siviglia, così come ai lucernari stellati degli antichi hammam: in questi ultimi la luce che entra attraverso le aperture a forma di stella crea quasi un cielo artificiale, mettendo in relazione architettura, luce e percezione. Sono dettagli che, osservati con attenzione, aprono un mondo di domande e di possibilità interpretative. E c’è talmente tanto da dire su questa materia che, volendo, si potrebbe dedicare un intero incontro ai soffitti stellati, alle loro geometrie e al profondo rapporto tra arte, architettura e cosmologia, un tema che ho già avuto il piacere di approfondire e di presentare nel mio Spazio Arte a Milano.
È proprio questo, del resto, ciò che amo di questi incontri: la possibilità che un racconto ne faccia nascere un altro, che un’immagine apra una domanda, che un viaggio diventi ricerca e che l’arte possa mettere in dialogo saperi apparentemente lontani. Ringrazio il prof. Rosario Sanguedolce per la bellissima presentazione, per la cura con cui ha condiviso il suo viaggio e per avermi gentilmente coinvolta nelle sue riflessioni. Ringrazio il prof. Francesco Pintaldi per questo articolo, ancora una volta così puntuale, attento e capace di restituire la ricchezza dell’incontro.
E desidero rivolgere un ringraziamento particolare al Notaio Dott. Salvatore Abbruscato, organizzatore e coordinatore di questi innumerevoli appuntamenti culturali, sempre così diversi, interessanti e capaci di mettere in relazione persone, esperienze e competenze. È un lavoro prezioso, perché crea occasioni concrete di incontro e mantiene vivo quello spazio nel quale l’Arte è al centro e i Saperi possono dialogare, proprio come recita il sottotitolo della questa ricchissima rivista “Intersezioni Culturali”.
Grazie per l’attenzione e a tutti un arrivederci a presto, con le tante nuove proposte culturali che il carissimo Notaio Dott. Abbruscato continuerà certamente a offrirci.
Gentile Cinzia ho riletto diverse volte il suo commento per meglio assaporare la bellezza delle sue parole. Le ha un magnifico ricordo di quel territorio collegato all’evento per eccellenza: il matrimonio con la persona amata.Io mi sono subito innamorato di quello che vedevano i miei tant’e’ che sono tornato in Andalusia altre due volte ma il primo amore non si scorda mai la seconda volta curavo molto l’aspetto tecnico delle foto e in un ambiente come il patio dos leones ero capace di aspettare che il pubblico se ne andasse per fotografare la fontana con i leoncini e niente altro. Mi piacciono gli spazi vuoti alla Dr Chirico. Ma mi sbagliavo fotografavo una incredibile bellezza ma poi rivedendola a casa provavo quasi un senso di angoscia: capii che mancava l’uomo, c’era un dominante senso di vuoto. Oggi aspetto che una chiesa si svuota ma intervengo quando ci sono poche persone che danno armonia, movimento alla scena; bellisdimo se li riprendo di spalle quando stanno uscendo. La moschea di Cordoba mi lascio’ impressionato. La seconda volta mi misi in an angolo in penombra e osservavo un gruppo di colonne con tale intensità che mi sembrava di udire le voci degli operai che parlavano tra di loro. Era una realtà onirica quella che mi prendeva e a me piaceva lasciarmi andare ad essa. Buona notte