attualitàculturaDibattito on lineinformazioneRiflessioneScienza, tecnologia e culturasocietà

Il dubbio, le prove e le insidie del dibattito in chat

Una riflessione sui limiti del confronto nelle conversazioni digitali

In un recente scambio di messaggi in una chat di cui faccio parte, la notizia del suicidio di un medico ha dato origine a un confronto un po’ acceso. Da una parte è stato espresso il dubbio che il suicidio dello studioso potesse essere collegato alla sua importante ricerca oncologica; dall’altra è stata richiamata la necessità di attenersi alle conoscenze scientifiche e di non trasformare una coincidenza in una prova.

Il tema era certamente delicato. Il medico di cui si stava trattando aveva contribuito in maniera decisiva allo sviluppo di una terapia senza chemioterapia tradizionale per una particolare forma di leucemia. Non aveva, dunque, trovato una cura universale contro il cancro, ma aveva raggiunto un risultato scientifico importante per una precisa patologia.

La sua ricerca, inoltre, non era segreta né ostacolata. Era stata pubblicata, discussa e riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale. Presentare la morte dello studioso come la possibile conseguenza di una scoperta scomoda significava quindi formulare un’ipotesi per la quale non venivano offerte prove.

Il confronto non si è fermato qui. Nel giro di pochi messaggi sono entrati nella discussione il metodo Di Bella, la depressione, la schizofrenia, le sostanze allucinogene, il progetto MKULTRA, le cosiddette armi psicotroniche, i riti magici e persino gli esperimenti criminali di Josef Mengele.

Argomenti molto diversi sono stati così accostati rapidamente, senza che vi fosse il tempo di verificarne le relazioni e l’attendibilità. Il dibattito, nato da una domanda precisa, ha finito per allargarsi fino a perdere il proprio centro.

La chat e la velocità delle reazioni

La chat è uno strumento prezioso. Permette di mantenere i contatti, condividere informazioni, organizzare incontri e scambiarsi idee in tempo reale. Proprio la sua immediatezza, tuttavia, può diventare un limite quando si affrontano questioni scientifiche, storiche o morali particolarmente complesse.

In una conversazione orale il tono della voce, le pause, l’espressione del volto e la possibilità di precisare immediatamente una frase aiutano a comprendere le intenzioni dell’interlocutore. In una chat tutto questo scompare. Rimangono soltanto le parole scritte, spesso formulate in fretta, talvolta con errori o passaggi incompleti.

Una domanda può allora sembrare un’accusa. Una correzione può essere percepita come una lezione impartita dall’alto. Un dubbio può apparire come una certezza mascherata. Una risposta decisa può trasformarsi, agli occhi di chi legge, in un’aggressione personale.

Anche espressioni apparentemente innocue assumono un peso diverso. Scrivere, per esempio, frasi come:  «ora che si è sfogata» non risponde più alle argomentazioni dell’altra persona, ma sembra giudicarne lo stato emotivo. A quel punto il confronto abbandona il terreno delle idee e si sposta su quello delle persone.

È spesso questo il momento nel quale la discussione si irrigidisce. Non si cerca più di comprendere se un’affermazione sia vera o falsa, ma di difendere la propria posizione e la propria dignità.

Il dubbio non equivale alla prova

Uno dei maggiori equivoci delle discussioni in rete nasce dalla frase: «Ogni dubbio è lecito». In linea generale è vero. La conoscenza scientifica procede anche attraverso domande, perplessità e contestazioni di ciò che appare acquisito.

Non tutti i dubbi, però, hanno lo stesso valore. Un dubbio diventa fecondo quando è formulato in modo preciso, si confronta con i fatti e accetta la possibilità di essere smentito. Diversamente, rischia di trasformarsi in una suggestione.

Domandarsi se vi siano aspetti non chiariti nella morte di una persona è legittimo. Affermare o insinuare che quella persona sia stata eliminata perché aveva scoperto una cura contro il cancro richiede invece elementi concreti: documenti, testimonianze, risultati investigativi, riscontri medici.

La semplice vicinanza tra due fatti non dimostra che uno sia la causa dell’altro. Uno scienziato può aver ottenuto un risultato importante e, nello stesso tempo, attraversare una sofferenza personale della quale gli altri non conoscono la profondità. Collegare automaticamente il successo professionale alla sua morte significa costruire una spiegazione rassicurante o inquietante, ma non necessariamente vera.

D’altra parte, anche chi vuole contrastare una teoria priva di fondamento deve usare prudenza. Non si può attribuire a una persona deceduta una diagnosi psichiatrica certa senza disporre della relativa documentazione clinica. Non si può neppure dedurre dal suicidio, da solo, che quella persona soffrisse di depressione o di schizofrenia. Sarebbe ancora una volta una spiegazione avanzata senza prove.

In questo senso, durante lo scambio entrambe le posizioni hanno finito per oltrepassare i limiti della documentazione disponibile: da una parte si è ipotizzato un intervento criminale; dall’altra sono state formulate diagnosi e interpretazioni sulle motivazioni del suicidio che non potevano essere dimostrate.

Quando gli argomenti si accumulano

Un’altra caratteristica delle chat è la tendenza ad aggiungere continuamente nuovi temi. Ogni partecipante richiama un episodio, un personaggio o un’esperienza che gli sembra collegata alla discussione. Il risultato è una catena di associazioni nella quale diventa difficile distinguere i fatti dalle analogie.

L’esistenza del progetto MKULTRA, per esempio, dimostra che la CIA condusse esperimenti illegali sull’impiego di droghe e sulle tecniche di modificazione del comportamento. Non dimostra, però, che quelle tecniche siano state usate contro il medico suicida.

Allo stesso modo, ricordare gli esperimenti criminali di Mengele non stabilisce un rapporto tra il medico nazista, MKULTRA e la morte dell’ematologo italiano.

Accostare eventi realmente accaduti a un’ipotesi non documentata produce un effetto particolare: l’ipotesi sembra diventare più credibile per vicinanza. Ma la forza emotiva di un’associazione non sostituisce la prova.

Quando in una chat si accumulano riferimenti diversi, sarebbe opportuno fermarsi e domandare: qual è esattamente la questione che stiamo discutendo? Quali fatti sono accertati? Quali sono soltanto ipotesi? Quali fonti possiamo consultare?

Discutere senza trasformare l’altro in un avversario

Un dibattito autentico non consiste nel dimostrare che l’interlocutore è ignorante, ingenuo o prevenuto. Consiste nel mettere alla prova le idee, comprese le proprie.

Per questo sarebbe utile distinguere sempre la persona dalla sua affermazione. Dire, per esempio,  «questa notizia non è sostenuta da prove» è diverso dal dire «lei crede a qualsiasi cosa». La prima frase esamina un contenuto; la seconda giudica chi lo ha espresso.

Anche il linguaggio scientifico richiede misura. Possedere competenze in un determinato campo non autorizza a formulare diagnosi a distanza o a presentare, come certe, informazioni non documentate. L’autorevolezza non deriva soltanto dai titoli, ma anche dalla capacità di riconoscere i limiti delle proprie conoscenze.

Chi modera una chat culturale ha quindi un compito particolarmente difficile. Deve consentire il confronto senza soffocarlo, ma deve anche evitare che le divergenze degenerino in giudizi personali. Invitare alla calma è utile, purché non significhi stabilire frettolosamente chi si sia “sfogato” e chi, invece, abbia parlato razionalmente.

Alcune semplici regole per un confronto migliore

Prima di inoltrare una notizia sensazionale sarebbe opportuno verificarne la data, la fonte e il contenuto. Nel caso del medico in questione, sarebbe bastata una breve ricerca per scoprire che la sua terapia riguardava una forma specifica di leucemia, che era stata pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica e che la sua morte risaliva al 2019.

Quando si esprime un’opinione, sarebbe inoltre utile chiarire se si sta riportando un fatto, formulando un’ipotesi oppure manifestando una semplice impressione personale.

Si dovrebbe poi rispondere a un argomento per volta, evitando di inserire nella stessa conversazione temi lontani tra loro. Se si parla della terapia di tale scienziato, bisogna prima comprenderne la natura. Soltanto dopo, eventualmente, si potrà discutere di cure alternative, sperimentazioni mediche o programmi segreti del passato.

Soprattutto, occorrerebbe concedersi il tempo di rileggere il messaggio prima di inviarlo. La chat favorisce la risposta immediata, mentre il pensiero ha bisogno anche di pause. A volte pochi minuti di attesa possono evitare ore di polemica.

Imparare a sostare nel dubbio

La vicenda offre infine una lezione che va oltre il singolo episodio. Oggi siamo continuamente raggiunti da notizie sorprendenti, titoli incompleti e spiegazioni immediate. Di fronte a eventi dolorosi sentiamo il bisogno di trovare rapidamente una causa e, possibilmente, un responsabile.

Ma non sempre disponiamo di una risposta. Riconoscere di non sapere non è una debolezza: è una forma di onestà intellettuale.

La morte di un medico rimane una tragedia umana. Il suo contributo alla ricerca contro la leucemia rimane un risultato scientifico di grande valore. Tra questi due fatti non possiamo costruire un legame criminale senza prove, ma non dovremmo neppure riempire ciò che ignoriamo con diagnosi improvvisate.

Una chat può aprire un confronto importante, ma difficilmente può esaurirlo. Può segnalare una domanda, indicare una fonte, stimolare una ricerca. Quando pretende invece di sostituirsi all’indagine scientifica, storica o giudiziaria, rischia di moltiplicare le inesattezze e di trasformare il dialogo in conflitto.

La vera cultura non consiste nell’avere sempre una risposta pronta. Consiste anche nel porre domande fondate, verificare le informazioni, correggersi quando necessario e rispettare chi esprime una posizione diversa. Soprattutto, consiste nel comprendere che dubitare non significa sospettare di tutto, ma cercare con pazienza ciò che può essere ragionevolmente dimostrato.

4 pensieri riguardo “Il dubbio, le prove e le insidie del dibattito in chat”

  • Eccellente analisi di come avvengono certi confronti all’interno di un dialogo in chat ..mi condivido tutto e io stessa cado nell’errore di non riuscire a volte a tenere ferma la direzione della mia domanda iniziale …Il professore Pintaldi è un concentrato di competenze logiche ed emotive ..la sua intelligenza emotiva e la sua logica razionale lo erigono davvero ad una personalità di grande elevatura .

    Rispondi
    • Cinzia Defendi

      Buongiorno a tutti! Concordo con quanto scrive la Dott. Carnemolla e mi riservo di postare un mio commento appena mi libero dagli urgenti impegni familiari. Grazie al Prof Pintaldi! A presto

      Rispondi
  • Rosario Sanguedolce

    Egregio prof Pintaldi mi pregio commentare il dialogo che si è svolto ieri pomeriggio su un argomento scottante che riguarda il suicidio di un medico oncologo. Io ho studiato come forse lei ricorda in quanto professore di ruolo di farmacologia alla Università di Palermo i farmaci e tutto quello che sta intorno ad essi. In psichiatria un malato di depressione monopolare pura è ad alto rischio di suicidio se non si interviene subito con faaci antidepressivi. Questo caro professore è scienza medica. Ha sentito dai media che un tale giovane che si è suicidato? Io si. Poi un terzo parlo di medoti che prevedono l’impiegodi sostanza psicotrope come LSD non di farmaci, che possono alterare funzioni cerebrali importanti: attenzione quando si parla di sostanza psicotrope possono provocare guai enormi. Questo fu il vulnus del dialogo l’essere passati a cercare di capire perché un oncologo si togli la vita all’impiego di sostanze che alterano funzioni cerebrali. Il resto sono fuffa non pertinente. Ho guidato un gruppo di circa 30 malati di schizofrenia e posso dirle. Che superato il primo impatto i giovani malati, si perché erano gran parte giovani, hanno cominciato ad apprezzarmi e a provare interesse per la fotografia. Questa non è fuffa caro prof Pintaldi, ma realta scientifica che ha consentito una riduzione delle dosi di farmaci antipsicotici ai giovani malati. Parlai di sostanza come LSD, la mescalina e la psilocibila spesso impiegate in riti di magia nera. Professore lei ha letto con interesse il contenuto del dialogo? Poi e’ intervenuta nel dialogo una terza persona che ha parlato di tante cose. La saluto professore Rosario Sanguedolce

    Rispondi
  • Cinzia Defendi

    Buonasera a tutti! Ho letto con grande attenzione questa riflessione del professor Francesco Pintaldi e desidero ringraziarlo per aver saputo trasformare una situazione nata in una chat in un’occasione di riflessione molto più ampia sul modo in cui oggi comunichiamo, discutiamo e, soprattutto, ci ascoltiamo. Condivido pienamente il richiamo alla prudenza, alla verifica delle fonti e alla distinzione fondamentale tra un dubbio, un’ipotesi e una prova. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto importante, che riguarda proprio lo strumento che utilizziamo: WhatsApp è certamente un’applicazione preziosa, utile per comunicare, organizzare, condividere informazioni, mantenere relazioni e, non ultimo, anche per esserci accanto nei momenti difficili.
    A mio avviso, però, non dovrebbe diventare il luogo nel quale affrontare all’infinito questioni complesse, delicate o profondamente personali. Ci sono temi che hanno bisogno di una voce, di una pausa, di uno sguardo, della possibilità di spiegarsi senza l’ambiguità delle parole scritte. Gli stessi smile che WhatsApp ci mette a disposizione possono essere utilissimi proprio per questo: con un semplice segno possono comunicare rapidamente un sorriso, una vicinanza, un grazie, un incoraggiamento o semplicemente la propria presenza, senza necessariamente aprire ogni volta un lungo scambio di messaggi.
    Quando una conversazione comincia invece a moltiplicare messaggi, precisazioni, interpretazioni e risposte, forse è proprio quello il momento di fermarsi e dirsi: parliamone a voce. Senza tediare nessuno, senza trasformare una chat in un interminabile confronto dal quale diventa sempre più difficile uscire.
    E penso anche che WhatsApp possa avere un valore completamente diverso: quello del silenzio. A volte leggere ciò che una persona sta vivendo, senza sentirsi obbligati a intervenire immediatamente, può essere già una forma di ascolto. E il silenzio, in una chat, non significa necessariamente non aver letto, non aver compreso o non essere interessati a ciò che viene detto. Può essere, al contrario, una scelta consapevole: quella di ascoltare senza interrompere, di prendersi il tempo per riflettere oppure di capire che quella persona, più che di una risposta pubblica, potrebbe avere bisogno di essere ascoltata e sostenuta in una sede più riservata. Si può semplicemente esserci, comprendere, e poi, se necessario, cercare quella persona personalmente, per sostenerla davvero. Non ogni dolore ha bisogno di essere discusso davanti a tutti e non ogni problema ha bisogno di una risposta immediata.
    Per questo trovo particolarmente importante il richiamo finale del professor Pintaldi a “sostare nel dubbio”. Saper fermare una risposta, rimandare un giudizio, verificare prima di affermare e, qualche volta, scegliere semplicemente di ascoltare, sono forme di rispetto oltre che di intelligenza.
    La cultura del dialogo, secondo me, non si misura dalla quantità di parole che riusciamo a scambiarci, ma dalla qualità dell’ascolto e dalla capacità di capire quando è il momento di parlare, quando è il momento di verificare e quando è il momento, semplicemente, di fermarsi.
    Ringrazio sinceramente il professor Francesco Pintaldi per questo articolo, che considero un invito prezioso non soltanto a discutere meglio, ma anche a comunicare con maggiore responsabilità, misura e rispetto delle persone.
    Desidero infine rivolgere un particolare ringraziamento al Notaio Dott. Salvatore Abbruscato, per il suo importante e delicato ruolo di organizzatore e per il modo in cui, anche all’interno delle nostre chat, cerca di custodire e sostenere valori che considero fondamentali: l’amicizia, l’incontro, il confronto rispettoso e la promozione dell’arte e della cultura. Sono valori che non devono essere dati per scontati e che, soprattutto in uno spazio virtuale, hanno bisogno di essere coltivati con sensibilità e attenzione. Anche questo, a mio avviso, significa creare una vera comunità: non soltanto mettere in comunicazione delle persone, ma offrire loro occasioni per incontrarsi, conoscersi, ascoltarsi e condividere ciò che di bello e significativo ciascuno può portare.
    Un tema quanto mai attuale, che merita di essere meditato ben oltre una singola conversazione in chat.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *