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Tra musica, stelle e fede

Il viaggio scientifico e umano di Giuseppe Mangano

 L’astronomia non è soltanto una scienza dello spazio: è una disciplina che educa alla complessità, al dubbio e alla meraviglia. Guardare il cielo significa, oggi come migliaia di anni fa, interrogarsi sul passato, sul futuro e sul significato stesso dell’esistenza. È una pratica antica quanto l’uomo, ma anche una frontiera tecnologica contemporanea: telescopi spaziali, spettroscopia, modelli cosmologici, ricerca di biomarcatori e di vita oltre la Terra.

In questa intervista, Giuseppe Mangano – astronomo e divulgatore, geologo di formazione, docente, organizzatore di osservatori e iniziative scientifiche, musicista professionista – accompagna il lettore in un percorso che va dalle mappe celesti arcaiche alle ipotesi più avanzate sulla struttura dello spazio-tempo, intrecciando la scienza con l’esperienza di una vita dedicata alla conoscenza, alla formazione dei giovani e a una domanda sempre aperta: che cosa stiamo davvero cercando quando alziamo gli occhi verso le stelle?

Chi è Giuseppe Mangano

Giuseppe Mangano nasce ad Augusta (Siracusa) il 12 agosto 1955, ma cresce e vive a Palermo, città alla quale rimarrà profondamente legato sia dal punto di vista umano che scientifico. Divulgatore e studioso di Astronomia e Scienze della Terra, ha dedicato la propria vita alla ricerca, alla formazione e alla trasmissione del sapere. È stato docente universitario di Planetologia Comparata presso i Dipartimenti di Fisica e Astronomia delle Università di Bologna e Padova, contribuendo alla diffusione di una disciplina che mette in relazione la Terra con gli altri corpi del Sistema Solare, integrando geologia e astronomia in una visione scientifica unitaria. La sua formazione inizia nel 1974 con il conseguimento, a Palermo, del Diploma di Perito Tecnico Industriale in Telecomunicazioni, una preparazione che gli fornisce solide basi tecnologiche e metodologiche. Nel 1978 si laurea in Scienze Geologiche ad indirizzo geochimico presso l’Università degli Studi di Palermo, orientando i suoi interessi verso l’analisi dei processi fisico-chimici che governano la materia e l’evoluzione planetaria. Nel 1980 completa il proprio percorso accademico nel Regno Unito, conseguendo un Master e una specializzazione in Planetologia Comparata, esperienza che amplia il suo sguardo scientifico in chiave internazionale. Parallelamente all’attività accademica, dal 1978 entra a far parte del C.U.N. – Centro Ufologico Nazionale, dove ricopre il ruolo di addetto alle analisi chimiche di reperti di presunta natura anomala, affrontando anche questo ambito con approccio rigorosamente scientifico. È membro associato dell’Unione Astrofili Italiana (UAI), attività che continua tuttora, a conferma di un impegno costante nella comunità astronomica. Il suo legame con la Società Astronomica Palermitana (SAP) rappresenta uno dei capitoli più significativi del suo percorso: dal 1985 al 2014 ne è stato Vicepresidente, contribuendo in maniera determinante alla crescita strutturale, strumentale e divulgativa dell’associazione; dal 2014 ricopre la carica di Presidente, proseguendo un lavoro di consolidamento e apertura verso il territorio. Dal 2010 è Direttore dell’Osservatorio Astronomico Comunale “Galileo Galilei” di Cinisi, attraverso il quale ha promosso attività didattiche, osservazioni pubbliche, progetti con le scuole e iniziative di divulgazione scientifica. Nel corso della sua carriera è stato relatore in numerosi convegni, meeting e congressi in sedi nazionali e internazionali, distinguendosi per la capacità di coniugare rigore scientifico e chiarezza divulgativa. La sua traiettoria professionale riflette una costante: la volontà di costruire ponti tra ricerca, educazione e comunità, mantenendo sempre al centro la dimensione umana della scienza.

L’intervista

D. Quando gli astronomi scrutano il cielo oggi, quale futuro stanno davvero cercando?

L’uomo ha sempre guardato il cielo con curiosità. Lo faceva già nei tempi antichi, durante le transumanze: di notte ci si sdraiava e si osservavano le stelle. Ne sono testimonianza le antiche mappe celesti cinesi di oltre duemila anni fa, disegnate su pelli e organizzate in base alla luminosità reale degli astri. Era già ricerca: arcaica, certo, ma sorprendentemente accurata.

Oggi la ricerca astronomica punta soprattutto su due grandi orizzonti: le origini dell’Universo e la possibilità di individuare forme di vita – anche molto diverse dalla nostra – nel Sistema Solare o oltre. Una scoperta decisiva, che ha cambiato il nostro modo di porre la domanda, è la presenza di molecole organiche nelle nebulose, individuate grazie alla spettroscopia: i “mattoni” della vita sono diffusi nel cosmo. Da qui nasce l’esobiologia, che studia condizioni e scenari possibili per la nascita della vita, anche non necessariamente basata sul carbonio.

E aggiungo una cosa: il “futuro” che cerchiamo nel cielo non è solo un tempo che verrà, ma una comprensione più profonda di ciò che siamo qui, adesso. Perché ogni scoperta cosmica ci costringe a ricalibrare la nostra idea di casa.

D. C’è una domanda sull’Universo che continua a resistere a ogni risposta?

Sì: qual è la vera natura e la vera grandezza dell’Universo? Noi ragioniamo spesso con un pensiero antropico: immaginiamo che tutto debba avere un inizio e una fine, che l’Universo sia “dentro” qualcosa. Ma potrebbe non essere così.

C’è poi un limite strutturale: la velocità della luce. Anche viaggiando a quella velocità, certi oggetti resterebbero irraggiungibili. Esistono fenomeni che sembrano sfidare la fisica classica – come i cosiddetti “lampi superluminali” – ma spesso sono effetti apparenti, legati alle condizioni di emissione o a particolari fenomeni (si pensi, ad esempio, a interpretazioni che chiamano in causa l’effetto Cherenkov o geometrie di osservazione).

La grande sfida, un giorno, sarà capire se e come si possano superare questi limiti: non con un “motore più potente”, ma intervenendo sulla struttura dello spazio-tempo.

D. In che modo ciò che accade tra stelle e galassie influisce sulla nostra vita quotidiana?

L’influenza diretta dell’Universo lontano sulla nostra vita è limitata. I fenomeni davvero rilevanti sono quelli vicini: la Luna, per esempio, ha un effetto mareale enorme sulla Terra. Qualcosa si riflette anche sul corpo umano, in modo infinitesimale, ma il principio fisico c’è.

Eventi cosmici lontani, come una supernova, sarebbero pericolosi solo se avvenissero relativamente vicino, nell’ordine di qualche centinaio o migliaio di anni luce: in quel caso, emissioni ad alta energia potrebbero avere effetti seri. Ma sono eventi rari.

Lo studio del cielo serve soprattutto a comprendere la dinamica dell’Universo, non a determinare il “destino quotidiano” dell’uomo come pretende l’astrologia, che non ha fondamento scientifico.

D. L’Universo in espansione: cosa significa davvero?

Significa che, a partire dal Big Bang, le grandi strutture cosmiche tendono ad allontanarsi tra loro; mentre localmente la gravità continua a far aggregare la materia, formando stelle, galassie e ammassi.

Esistono modelli che ipotizzano scenari diversi – incluso un collasso finale se l’espansione si arrestasse – ma al momento i dati indicano che l’espansione continua e probabilmente è accelerata.

Per me, l’espansione ha anche un valore “educativo”: ci ricorda che la realtà è dinamica, non definitiva, e che le nostre certezze sono sempre provvisorie.

D. Stiamo cercando davvero gli alieni o stiamo cercando noi stessi?

Quando cerchiamo pianeti abitabili o tracce di vita, stiamo cercando di capire se la vita sia un fenomeno comune o un’eccezione straordinaria. È una domanda scientifica e anche filosofica: sapere se siamo soli significa comprendere meglio chi siamo.

E aggiungo: non c’è nulla di infantile in questa domanda. È una delle domande più adulte che l’umanità possa porsi.

D. Quali fenomeni astronomici sono più fraintesi dal pubblico?

Senza dubbio i buchi neri e la velocità della luce. I buchi neri non sono aspirapolveri cosmici che inghiottono tutto indiscriminatamente: seguono leggi precise e hanno una struttura fisica definita. E la velocità della luce non è solo un limite tecnologico: è un limite strutturale dell’Universo così come lo conosciamo.

Il fraintendimento nasce spesso da un linguaggio spettacolare. La divulgazione ha un compito delicato: rendere accessibile senza tradire.

D. Tecnologia o intuizione: cosa conta di più oggi in astronomia?

Oggi la tecnologia è fondamentale. Telescopi spaziali come Hubble e Webb permettono osservazioni senza l’interferenza dell’atmosfera terrestre. Ma senza intuizione, senza le domande giuste, anche gli strumenti più potenti resterebbero muti.

E poi c’è una verità che dovrebbe stare su ogni cupola di osservatorio: ogni osservazione astronomica è un’osservazione del passato. Guardare lontano significa guardare indietro nel tempo.

Questo, per me, ha sempre avuto un valore anche umano: ci insegna che la conoscenza è paziente, che la verità non è immediata e che perfino la luce impiega tempo per arrivare.

D. Se potessimo superare ogni limite tecnico, cosa studieresti?

Studieremmo ciò che si trova oltre l’orizzonte osservabile dell’Universo. Oggi sappiamo che esiste un limite oltre il quale non possiamo vedere perché la luce non ha avuto il tempo di raggiungerci. Capire cosa c’è oltre sarebbe una rivoluzione totale.

Sarebbe come aprire una nuova grammatica del reale.

D. Motori a curvatura: fantascienza o possibilità reale?

I motori a curvatura, resi famosi dalla fantascienza, sono oggetto di studi teorici seri: l’idea è deformare lo spazio-tempo invece di muoversi al suo interno. Al momento siamo lontanissimi dalla realizzazione pratica, ma il solo fatto che se ne possa parlare scientificamente dice che la ricerca è ancora apertissima.

La fantascienza, quando è intelligente, non “inventa”: prepara l’immaginazione a nuove ipotesi.

Dal cielo alla vita: formazione, maestri, strumenti

D. Non ti sei limitato allo studio: hai costruito reti, osservatori, strumenti. Qual è stata la tua visione?

Ho sempre pensato che la scienza debba avere un corpo, un luogo, una comunità. Un osservatorio non è solo una struttura: è un patto educativo con i giovani, con le scuole, con chi entra per la prima volta e scopre che l’Universo non è un’idea astratta, ma qualcosa che puoi misurare, osservare, verificare.

Nella mia esperienza con la Società Astronomica Palermitana, ho cercato di far crescere l’associazione non in senso “economico”, ma in senso organizzativo: strumenti, progetti, divulgazione, presenza pubblica. Le attrezzature non sono status symbol: sono alfabeti della realtà. E quando una scuola entra in un osservatorio, spesso è come se entrasse in un futuro possibile.

D. Quanto ha contato l’insegnamento nella tua vita?

È stato decisivo. Ho insegnato e ho vissuto l’università non come una carriera, ma come una responsabilità: verso gli studenti e verso la qualità del pensiero. In certi periodi, ho sentito forte il legame umano con loro: si cresce insieme, e quando un ragazzo “capisce”, non è solo un risultato scolastico; è una piccola liberazione interiore.

In questi mesi ho anche pensato al pensionamento. Non per disaffezione, ma perché la vita presenta passaggi che obbligano a ridisegnare le priorità. E in questo ridisegno, l’insegnamento resta: non come ruolo, ma come modo di essere.

D. A proposito di maestri: che ruolo ha avuto Amleto Pezzati?

Enorme. Pezzati è stato un maestro scientifico e umano. Aveva una qualità rara: la competenza concreta. Sapeva costruire strumenti, immaginare strutture, far nascere cose che restano. Un uomo capace di anticipare i tempi.

Con lui ho imparato che la scienza non è solo teoria: è disciplina, pazienza, rispetto per i dati, ma anche coraggio di porre domande non banali. E c’è una frase che non dimentico: “Pippo, tu per me sei come un figlio.” In quella frase c’era un passaggio di testimone, ma soprattutto un riconoscimento affettivo.
Quando perdi un maestro così, non perdi solo una guida intellettuale: perdi una parte della tua giovinezza e allo stesso tempo ti viene consegnata una responsabilità.

D. Hai frequentato anche ambienti della “grande scienza”. Cosa ti ha lasciato l’incontro con Zichichi e il Centro Majorana?

Mi ha lasciato la misura della ricerca avanzata: la consapevolezza di quanto lavoro, rigore e visione servano per spingere più in là i confini del sapere. Ma mi ha colpito anche una cosa: la possibilità di tenere insieme la scienza e la dimensione spirituale.

Per me non è contraddizione. La scienza descrive il come; la fede, quando è autentica, non pretende di sostituirsi alla scienza, ma abita il senso. E questo equilibrio, quando lo incontri in persone di grande statura, ti costringe a diventare più sobrio e più serio.

Fenomeni celesti anomali: rigore contro folklore

D. Hai lavorato anche nell’ambito dell’ufologia. Come si evita la deriva spettacolare?

Con un principio semplice: non innamorarsi dell’ipotesi. Nell’ufologia, se vuoi essere serio, devi essere più severo che altrove. Ho partecipato a convegni importanti, ho incontrato studiosi, e ho sempre pensato che l’unico modo di trattare i fenomeni celesti anomali sia con metodo: raccolta dati, confronto, collaborazione con istituti scientifici.

In certe stagioni – penso a quel periodo di grande attenzione pubblica – si rischiava il circo mediatico. Ma il cielo non è un palcoscenico: è un laboratorio.

La musica: un secondo cielo

D. Sei anche un musicista professionista. Cosa c’entra la musica con l’astronomia?

C’entra molto. La musica è disciplina, ascolto, precisione. E, come l’astronomia, è fatta di frequenze, di risonanze, di armonie.Quando suoni, impari che non esiste bellezza senza metodo; e quando osservi il cielo, impari che non esiste metodo senza immaginazione. Sono due vie diverse verso lo stesso gesto umano: cercare ordine senza negare il mistero.

Il tempo, la madre, la gratitudine

D. In questo momento della sua vita, cosa ti dà più forza?

In questo momento c’è una parola che pesa più di tutte: mamma. Mia madre ha 93 anni e vederla indebolirsi ti cambia lo sguardo su tutto. Ti accorgi che la scienza, i convegni, gli strumenti, le carriere, perfino le conquiste più belle, non cancellano la fragilità. La illuminano.

E allora capisci che l’astronomia – che sembra guardare lontano – in realtà ti educa anche a guardare vicino: a riconoscere ciò che conta, a non rimandare la gratitudine, a rispettare il tempo.

Se mi chiedi cosa mi dà forza, rispondo così: la gratitudine verso i miei maestri, verso gli studenti che ho incontrato, verso le persone con cui ho costruito qualcosa di buono e verso mia madre. Perché la parola “mamma” è una piccola galassia: ti contiene, ti fonda e ti ricorda che l’Universo più importante è quello che ci è stato affidato nelle relazioni.

Grazie Pippo, grazie per questa   ricca intervista scientifica  che vorrei definire anche intima.

2 pensieri riguardo “Tra musica, stelle e fede

  • Un dialogo intimo ,è vero , un dialogo che ci narra una poesia dell’Universo ed il rispetto per le Sue leggi ……
    Uni scienziato che dà tanto , per la Sua conoscenza , per la Sua competenza , per ciò in cui crede .
    Anche verso i suoi discepoli che cita con profondo rispetto….
    I confini del sapere , richiedono disciplina , rigore e serietà ,che il Prof Mangano possiede e che lo hanno accompagnato in ogni sua ricerca. Ciò si comprende leggendo questo dialogo…. Un dialogo dal quale traspare una profonda Umanità …che è essenziale per comprendere la scienza ….e le grandi scoperte .

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  • Salvatore Abbruscato

    intervista grandiosa, completa, indagatrice che mette in evidenza le enormi tematiche dell’universo e le nostre domande su tali tematiche di cui si sonom sempre occupati i filosofi dando una risposta certamente non scientifica. Grazie e complimenti all’autore dell’intervista il prof Francesco Pintaldi che saluto affettuosamente

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