Quando il talento è a chilometro zero
A Capaci un concerto prezioso, accolto dal silenzio della cronaca
Nella serata di sabato 12 settembre, la Chiesa Madre di Capaci ha ospitato un concerto capace di unire musica, fede, memoria e identità comunitaria. Il titolo, Ave Mater Dolorosa, richiamava immediatamente il carattere spirituale dell’iniziativa, dedicata a Maria Santissima Addolorata in occasione del terzo centenario della fondazione della confraternita.

Non si è trattato soltanto di una bella esecuzione musicale. È stata una di quelle serate nelle quali un’intera comunità sembra ritrovarsi attraverso le proprie voci, la propria storia e la sensibilità di persone che, senza clamore, coltivano l’arte con passione e competenza.
Il concerto ha visto la partecipazione del Coro interparrocchiale di Capaci, delle parrocchie Sant’Erasmo e Beata Pina Suriano, con la collaborazione del Coro polifonico dei Santi Cosma e Damiano di Sferracavallo. A dirigere l’insieme è stato il maestro Cosimo Vassallo, presente anche in veste di tenore.
Si sono esibiti i soprani Agnese Sgambato e Anna Bruno, accompagnati dai maestri Camillo Arnetta e Martinella Vassallo al pianoforte, Karim Lisotta al violino e don Giuseppe Salamone all’arpa. Artisti diversi per formazione e sensibilità, ma uniti dalla capacità di porre la musica al servizio di un sentimento condiviso.
Il programma ha alternato pagine della tradizione religiosa popolare a brani di autori noti: dall’inno O Santissima a Voi ch’amate lo Criatore, tratto dal Laudario di Cortona; dall’Ave Maria di Schubert a quella di William Gomez e a quella di Gounod. Particolarmente suggestive sono state anche Vergine delle lacrime di Marco Frisina, La Vergine degli Angeli dalla Forza del destino di Giuseppe Verdi e l’Ave Maria tratta dalla Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. La conclusione, affidata a Madre, io vorrei di Pierangelo Sequeri, ha riunito tutti gli interpreti in un momento di intensa partecipazione.
Tra i brani musicali sono stati inseriti alcuni cenni sulla storia del culto dell’Addolorata a Capaci. La musica si è così intrecciata con la memoria del luogo, ricordando quanto le tradizioni religiose siano profondamente legate alla vita delle comunità e alla vicenda delle generazioni che le hanno precedute.
Ma l’aspetto forse più significativo della serata è stato un altro: tutti gli artisti erano, per usare un’espressione immediata, “a chilometro zero”. Erano espressione del territorio, persone nate o cresciute nella comunità, oppure strettamente legate a essa. Non “prodotti locali”, naturalmente, ma talenti locali: voci, musicisti e direttori che dimostrano come non sia sempre necessario cercare lontano ciò che possediamo già vicino a noi.
Proprio da questa constatazione nasce il rilievo di Nino Riccobono e la tristezza che lo accompagna. Una tristezza composta, non gridata, ma per questo ancora più eloquente. È l’amarezza di chi ha assistito a un evento di notevole valore e si domanda perché iniziative simili non riescano a ottenere il dovuto risalto nella cronaca e nella vita culturale del territorio.
Ritorna alla mente l’antica espressione Nemo propheta in patria: nessuno è profeta nella propria terra. Talvolta sembriamo accorgerci del valore di una persona soltanto quando arriva da lontano, quando è già stata riconosciuta altrove o quando il suo nome è accompagnato da una fama consolidata. Al contrario, ciò che nasce accanto a noi rischia di essere considerato ordinario soltanto perché ci è familiare.
La tristezza manifestata da Nino Riccobono non riguarda quindi soltanto questo concerto. Tocca un problema più ampio: la difficoltà delle comunità nel riconoscere e sostenere le proprie migliori energie. Dietro una serata come questa vi sono studio, prove, sacrifici, passione, organizzazione e disponibilità personale. Vi sono persone che dedicano tempo alla musica e che, attraverso la musica, contribuiscono alla crescita culturale e spirituale del paese.
Se eventi di tale qualità non trovano spazio nella cronaca, non sono soltanto gli artisti a perdere un’occasione di visibilità. È l’intera comunità a perdere la possibilità di prendere coscienza delle proprie ricchezze.
Nella Chiesa Madre di Capaci, quelle ricchezze erano chiaramente percepibili. Erano nelle voci dei solisti e dei cori, nel suono del pianoforte, del violino e dell’arpa; erano nella direzione attenta del maestro Cosimo Vassallo, nella partecipazione del pubblico e nel raccoglimento suscitato dalla musica. Erano, soprattutto, nell’incontro tra arte, devozione e memoria.
Forse la risposta più giusta alla tristezza di Nino Riccobono consiste proprio nel raccontare ciò che è avvenuto. Dare testimonianza di una serata tanto bella significa sottrarla al silenzio e ricordare che anche nei piccoli centri possono nascere eventi di autentico rilievo culturale. Capaci ha dimostrato di possedere musicisti, cantanti e coristi di valore. Adesso spetta alla comunità riconoscerli, sostenerli e renderli visibili. Perché il talento “a chilometro zero” non è un talento minore: è una ricchezza vicina, spesso silenziosa, che attende soltanto di essere valorizzata


Caro Francesco per molti siciliani è purtroppo ahimè ancora radicato l’esterofilia. Quante volte sentiamo dire sono stato fuori a vedere (alcune cose) belle e poi dietro l’angolo di casa ci sono cose spettacolari che non hanno mai visto. Così è in tutto.