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Antonello da Messina rubato alla Sicilia

Il furto al MuMe,  Museo Regionale Interdisciplinare di Messina,  nella sera di Ferragosto non colpisce soltanto un museo: ferisce la memoria, l’identità e la dignità di un’intera comunità

L’episodio è criminale non solo per  il valore economico di ciò che è stato sottratto, ciò che viene portato via non appartiene soltanto a un museo, ma alla storia e alla memoria di una comunità.

Nella serata del 15 agosto, mentre Messina viveva uno dei momenti più intensi e partecipati della propria tradizione, quello della processione della Vara, alcuni uomini sono riusciti a introdursi nel MuMe e a raggiungere opere attribuite ad Antonello da Messina, uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano e uno dei simboli più alti della cultura siciliana.

Sono state asportate cinque tavole del celebre Polittico di San Gregorio, due delle quali sono state successivamente abbandonate nei pressi del museo e recuperate, e la preziosa tavoletta bifronte raffigurante la Madonna col Bambino e francescano e, sul verso, il Cristo in pietà.

Restano dunque da recuperare tre tavole del Polittico e la tavoletta bifronte.

È difficile raccontare un episodio simile limitandosi alla cronaca. Perché davanti a quelle sale violate non viene spontaneo chiedersi soltanto quanto valgano le opere trafugate. La domanda più profonda è un’altra: che cosa ci è stato sottratto?

Ci è stata sottratta, sia pure speriamo soltanto temporaneamente, una parte della nostra memoria.

Antonello non è semplicemente un pittore nato in Sicilia. Antonello è Messina è uno dei grandi artisti nei quali la cultura siciliana incontra la grande storia dell’arte europea. Nei suoi volti, nella luce dei suoi dipinti, nella straordinaria intensità psicologica dei suoi ritratti si riconosce uno dei momenti più alti della pittura del Quattrocento. Il Polittico di San Gregorio possiede un significato ancora più particolare. Realizzato nel 1473 per la chiesa messinese di San Gregorio, è rimasto legato alla città attraversandone una storia tormentata, segnata anche dal devastante terremoto del 1908.

Quelle tavole non erano quindi soltanto custodite a Messina. Appartengono alla storia della città.

Per questo il furto assume il significato di un oltraggio.

Un’opera d’arte custodita in un museo pubblico non appartiene soltanto allo Stato o all’amministrazione che ne ha la responsabilità. Appartiene idealmente a ciascuno di noi. Appartiene a chi l’ha studiata, a chi l’ha ammirata, agli studenti che l’hanno incontrata sui libri, ai turisti che sono venuti in Sicilia per conoscerla e anche alle generazioni future, che hanno il diritto di ricevere integro ciò che noi abbiamo ricevuto dal passato.

Rubare un’opera d’arte significa dunque interrompere questa catena.

È per questo che condivido pienamente le parole del presidente di BCsicilia, Alfonso Lo Cascio: «Difendere il nostro patrimonio culturale significa difendere la Sicilia stessa».

Ma proprio perché condividiamo questa affermazione dobbiamo avere il coraggio di porci anche domande scomode.

Come è stato possibile?

Non possiamo limitarci all’indignazione nei confronti dei ladri. Naturalmente le responsabilità penali dovranno essere individuate dagli investigatori e dalla magistratura, e ci auguriamo che questo avvenga rapidamente. Ma esiste anche una responsabilità pubblica nella tutela dei beni che vengono affidati alle istituzioni.

Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha dichiarato che l’allarme e il sistema di videosorveglianza avrebbero funzionato regolarmente e che è stata avviata un’ispezione interna per ricostruire quanto accaduto e accertare eventuali responsabilità.

È proprio questo particolare a rendere ancora più inquietante l’intera vicenda.

Se i sistemi tecnologici hanno funzionato, perché il furto non è stato impedito? In quale punto si è interrotta la catena che avrebbe dovuto trasformare un segnale d’allarme in un intervento efficace? I sistemi di vigilanza erano adeguati al valore eccezionale delle opere custodite? Il personale era sufficiente? Le procedure previste in caso di allarme erano appropriate?

Sono domande, non accuse.

E come tali devono trovare risposte precise.

Perché la tutela del patrimonio culturale non può essere affidata soltanto alle telecamere, ai sensori e agli allarmi. La tecnologia è indispensabile, ma dietro ogni dispositivo deve esistere un’organizzazione capace di reagire. La sicurezza di un museo è una catena composta da strumenti tecnologici, personale, procedure, manutenzione, controllo e capacità d’intervento. Basta che un solo anello sia debole perché l’intero sistema possa fallire.

Da questo punto di vista, la richiesta avanzata da BCsicilia di procedere a una verifica straordinaria dei sistemi di vigilanza dei musei e dei luoghi della cultura siciliani merita grande attenzione.

Non si tratta di cercare frettolosamente un colpevole. Si tratta di comprendere se quanto accaduto a Messina possa rivelare una vulnerabilità più generale.

La Sicilia possiede un patrimonio culturale di dimensioni straordinarie. Templi greci, mosaici romani, testimonianze bizantine, architetture arabe e normanne, castelli, chiese, dipinti, sculture, biblioteche, archivi e collezioni archeologiche raccontano millenni di civiltà.

Questa immensa ricchezza rappresenta però anche una responsabilità immensa.

La Sicilia è stata troppe volte violata nel proprio patrimonio: attraverso furti, traffici clandestini, scavi archeologici illegali, esportazioni illecite e dispersioni di beni che appartenevano alla sua storia. Ogni volta che un reperto archeologico lascia clandestinamente l’Isola, ogni volta che un dipinto scompare, ogni volta che un bene culturale viene sottratto alla fruizione pubblica, perdiamo qualcosa che nessun risarcimento economico potrà realmente restituirci.

Proprio questo il furto di Messina dovrebbe farci comprendere una volta di più che la cultura non è un ornamento della società. È una delle sue fondamenta.

Un museo non è un deposito di oggetti preziosi.

È il luogo nel quale una comunità conserva le prove della propria esistenza nel tempo.

Per questo quanto accaduto al MuMe riguarda certamente Messina e la Sicilia, ma supera i loro confini. Antonello appartiene alla storia dell’arte universale e la sottrazione delle sue opere rappresenta una ferita inferta al patrimonio culturale di tutti.

C’è infine un’immagine che vorrei conservare di questa triste vicenda.

Non quella dei ladri che si allontanano portando con sé le tavole.

Preferisco immaginare il momento opposto.

Quello nel quale, speriamo molto presto, le opere attraverseranno nuovamente le porte del Museo di Messina. Saranno esaminate, restaurate se necessario, ricollocate nei luoghi dai quali sono state strappate. E davanti a esse torneranno i visitatori, gli studiosi, i ragazzi delle scuole.

Quel giorno non avremo semplicemente recuperato dei dipinti.

Avremo riaffermato un principio: la memoria di un popolo non è merce.

Significa custodire ciò che vogliamo continuare a essere.

3 pensieri riguardo “Antonello da Messina rubato alla Sicilia

  • Domenico ortolano

    Purtroppo ahimè di questo furto i più dei siciliani non ne viene a conoscenza e non s’indigna a questo oltraggio all’arte ed alla Sicilia. Paghiamo Purtroppo l’ignoranza e l’analfabitismo in tutti i sensi della maggioranza dei siciliani è tutta questa arretratezza non ci fa più indignare

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  • Rosario Sanguedolce

    Il commento del prof Pintaldi è da condividere in assoluto come sono da condividere le domande che lui pone a proposito dei sistemi di protezione delle opere d’arte. Il trafugamento della Natività di Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo è ancora una ferita aperta nei cuori dei siciliani e palermitani di buona volontà. Molti hanno dimenticato o fatto finta di avere dimenticato l’evento eccezionale ma ogni volta che si entra nell’Oratorio il sacro vuoto ti riempie di angoscia. Melchiorre Brai ha saputo fare una copia perfetta dell’originale ma resta sempre una copia. Già e’ cominciata la gara a chi sa tutto del furto al MOME e’ questo rinforza la tracotanza dei farabutti ladri. Mi pongo anche io una domanda prof. Pintaldi: forse è inutile affidare la custodia di capolavori d’arte in Sicilia? Se cosi fosse allora dovremmo dare affidamento ad altre istituzioni in grado di proteggere i nostri capolavori che non siamo in grado di proteggere. Questa è una tristezza infinita.

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  • Salvatore Abbruscato

    Il prof. Pintaldi nella sua ampia e ben motivata critica sul furto dei quadri avvenuto nel museo di Messina ha esaminato tutti gli aspetti della questione, culturali, tecnologici, etici, politici, organizzativi . Ha svolto un esame da esperto indagatore , ha indicato le strade da percorrere e si è chiesto perché ai dispositivi di sorveglianza e di controllo non ha fatto seguito prontamente l’intervento umano , delle persone addette alla sorveglianza; egli inoltre ha posto precise domande rivolte ai responsabili della custodia dei nostri beni culturali .
    Molto opportuno il riferimento al dr Alfonso Lo Cascio presidente di BCSicilia, lodandone l’intervento e le sue precise richieste rivolte ai responsabili della custodia dei nostri beni culturali, un patrimonio che appartiene a tutta l’umanità.
    Salvatore Abbruscato

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