La Terra dal cielo, l’Acropoli di Atene e i colori del Brasile:tre sguardi sul mondo
Un incontro tra scienza, arte, memoria e viaggio: dalle sorprendenti geometrie del nostro pianeta alla bellezza senza tempo della civiltà greca, fino all’energia di Rio de Janeiro

Ci sono molti modi di guardare il mondo. Si può osservarlo dall’alto, attraverso l’occhio tecnologico di un satellite; si può attraversarlo seguendo le tracce lasciate dalla storia; oppure lo si può conoscere viaggiando, affidando alla fotografia il compito di custodire luoghi, volti e ricordi.
È stato questo, in fondo, il filo conduttore dell’incontro online dedicato a tre argomenti apparentemente lontani tra loro: la Terra vista dallo spazio, l’Acropoli di Atene e il Brasile. Tre itinerari diversi, accomunati però da una stessa curiosità: scoprire quanto possa cambiare ciò che vediamo quando cambiamo il nostro punto di osservazione.

La Terra vista dall’alto: quando la scienza incontra l’arte
Il primo viaggio è cominciato molto lontano dal nostro abituale punto di vista. Cinzia Defendi, visual artist, pittrice, musicista e docente, ha condotto i partecipanti dentro un universo sorprendente fatto di immagini satellitari, colori e geometrie naturali. La sua ricerca mette in relazione arte, scienza, musica e archeoastronomia e si avvale anche della collaborazione del prof. Giuseppe Mangano, geologo, astronomo e musicista, studioso delle onde sismiche, dell’acustica terrestre e delle relazioni tra geologia, astronomia e musica.

Dall’alto la Terra perde improvvisamente il suo aspetto familiare. Deserti, laghi, montagne, ghiacciai, vulcani e delta fluviali assumono forme che ricordano dipinti astratti. Le dune della Namibia, la Montagna Arcobaleno del Perù, le saline, i laghi minerali, l’Etna, i ghiacci della Groenlandia: il pianeta sembra trasformarsi in una gigantesca tavolozza.
Ed è proprio qui che nasce uno degli aspetti più affascinanti dell’intervento. L’immagine satellitare non è necessariamente una fotografia nel significato tradizionale del termine: dati e rilevazioni vengono elaborati e trasformati in rappresentazioni visive. Scienza, tecnologia e sensibilità estetica finiscono così per incontrarsi.

Defendi sintetizza efficacemente questo processo in tre azioni: la scienza osserva, l’arte interpreta, la tecnologia trasforma. Le immagini satellitari diventano pertanto qualcosa di più di una documentazione geografica: possono trasformarsi in linguaggio visivo, strumento di divulgazione e perfino opera d’arte.
Particolarmente suggestiva è stata l’analisi dei colori della Terra. Il blu dei laghi e dei ghiacciai, i rossi e gli ocra dei deserti, il bianco, il fucsia delle saline e le infinite gradazioni prodotte dai minerali raccontano processi fisici, chimici e geologici. Dietro un colore possono esserci rame, zolfo, carbonati, sedimenti, argille, sorgenti idrotermali o attività vulcaniche.
La Terra osservata dallo spazio appare così non come una superficie immobile, ma come un organismo dinamico, continuamente modellato dall’acqua, dal calore, dai minerali, dalla luce e dalla vita.
Dallo spazio alla storia: Rosario Sanguedolce e l’Acropoli

Dal cielo si è poi tornati sulla Terra e precisamente su una delle alture più celebri della storia dell’umanità: l’Acropoli di Atene.
A guidare questo secondo viaggio è stato il prof. Rosario Sanguedolce, già docente di Farmacologia dell’Università degli Studi di Palermo, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e, parallelamente, appassionato fotografo d’arte.

Il suo non è stato soltanto un percorso archeologico. Attraverso le fotografie scattate personalmente, Sanguedolce ha ricostruito un frammento fondamentale della civiltà occidentale, ricordando come dalla Grecia provengano alcune delle radici della nostra filosofia, della scienza, dell’arte e della concezione stessa della bellezza.

Il racconto ha attraversato millenni di storia: dalla civiltà micenea alla tradizione omerica, dalle feste religiose alle trasformazioni dell’età di Pericle.
Particolare attenzione è stata dedicata alle Panatenee, le grandi celebrazioni in onore di Atena, nelle quali religione, poesia, letteratura e competizioni atletiche diventavano espressioni diverse di una medesima identità collettiva. Quella processione sarebbe stata immortalata nel fregio del Partenone, legando per sempre rito, arte e memoria.

Con Pericle e Fidia l’Acropoli assunse la configurazione monumentale che ancora oggi continua a rappresentare uno dei vertici dell’arte antica. Attraverso le fotografie sono apparsi i Propilei, il tempio di Atena Nike, l’Eretteo e le celebri Cariatidi, figure femminili nelle quali la funzione architettonica della colonna si trasforma in corpo umano. Sanguedolce ha richiamato l’attenzione persino sul movimento suggerito dal panneggio e dalla posizione delle gambe, quasi che quelle figure di pietra fossero ancora sul punto di avanzare.
E poi, naturalmente, il Partenone.
Definito durante l’incontro quasi come una “Sua Maestà”, il grande tempio è apparso non soltanto come monumento, ma come sopravvissuto della storia. Guerre, dominazioni, esplosioni e spoliazioni ne hanno segnato, nei secoli, la struttura. E tuttavia continua a dominare Atene, trasformando le sue colonne in una sorta di alfabeto universale della bellezza.

Lo sguardo del fotografo ha aggiunto qualcosa al racconto dello studioso: particolari architettonici, prospettive, profondità e giochi di luce hanno permesso di leggere l’Acropoli non come un reperto immobile, ma come un luogo ancora capace di comunicare.
Brasile: quando il viaggio diventa memoria

Il terzo itinerario ha cambiato nuovamente atmosfera e continente. Dalla solennità del marmo greco si è passati ai colori, alla musica e all’energia del Brasile.
In questo caso il racconto ha assunto inevitabilmente una dimensione più personale. Le fotografie presentate non documentavano soltanto dei luoghi: riportavano alla memoria esperienze vissute durante cinque viaggi in Brasile e tre partecipazioni al Carnevale.
Il cuore del racconto è stato naturalmente Rio de Janeiro.
Le immagini del Sambodromo hanno restituito l’esplosione cromatica del Carnevale: carri, costumi, danzatori, musica e quella straordinaria capacità brasiliana di trasformare una festa in una rappresentazione collettiva. In alcune fotografie la profondità dell’immagine permetteva allo sguardo di percorrere quasi interamente il Sambodromo, immergendosi nel movimento della festa.

Poi Copacabana, con l’Avenida Atlântica, il grande lungomare, gli alberghi, la spiaggia affollata e l’Oceano. Il racconto fotografico si è allargato progressivamente fino alle cascate di Iguaçu, alla foresta amazzonica, a Brasília e ad altri luoghi incontrati nel corso dei viaggi.
Non poteva mancare il Cristo Redentore del Corcovado, con le grandi braccia aperte sopra Rio: un’immagine divenuta simbolo non soltanto della città, ma dell’intero Brasile.
Ma il racconto non si è fermato al Brasile delle cartoline. Accanto alla magnificenza del paesaggio sono apparse anche le favelas, testimonianza delle profonde contraddizioni sociali di un Paese nel quale straordinaria bellezza naturale e povertà possono convivere a brevissima distanza.

È proprio questo contrasto a rendere il Brasile difficile da racchiudere in un’unica definizione. È festa e disuguaglianza, natura e metropoli, musica e silenzio, oceano e foresta. Un Paese che si lascia forse comprendere più facilmente attraverso le immagini e i ricordi che attraverso le descrizioni.
Tre viaggi, un solo sguardo
Alla fine dell’incontro, i tre argomenti hanno rivelato una parentela che all’inizio poteva sembrare inattesa.
Cinzia Defendi ha guardato la Terra da migliaia di metri di altezza. Rosario Sanguedolce ha guardato attraverso l’obiettivo della macchina fotografica le pietre nelle quali sopravvive la civiltà greca. Il Brasile è stato invece guardato attraverso la memoria di chi lo ha percorso e fotografato più volte.
Satellite, macchina fotografica, memoria: tre strumenti diversi per compiere, in fondo, la stessa operazione. Perché il mondo non cambia soltanto quando lo trasformiamo. A volte cambia semplicemente quando scegliamo un punto di osservazione diverso.
Dall’alto, un deserto può diventare un quadro astratto. Davanti al Partenone, una colonna può raccontare venticinque secoli di storia. Su una spiaggia di Copacabana, una vecchia fotografia può restituire improvvisamente colori, voci e sensazioni che sembravano appartenere al passato.
E’ questa la conclusione più bella dell’incontro: viaggiare, studiare, fotografare e osservare sono modi differenti di compiere lo stesso gesto — sottrarre qualcosa all’indifferenza e trasformarlo in conoscenza, emozione e memoria.

Le tue descrizioni sono così esaurieti da renderli vivibili
L’analisi dettagliata , magniloquente che il prof. Pintaldi fa dell’incontro online del 6 agosto ci fa rivedere in maniera più chiara e incisiva tutti gli aspetti delle tre rappresentazioni, tra loro diverse nel contenuto, ma unificate nel loro significato culturale, scientifico che il nostro egregio commentatore ha bene messo in evidenza. Egli , dotato di una grande capacità di critico letterario , ha arricchito la descrizione delle rappresentazioni con delle motivazioni bene appropriate.
Lo ringrazio e gli esprimo i miei vivissimi complimenti. Salvatore Abbruscato
Egregio prof Pintaldi la ringrazio per il suo commento sulla mia presentazione sulla Acropoli di Atene. Magistrale! Lei ha saputo leggere e interpretare una fotografia così come avviene davanti un dipinto, una scultura, una architettura. Spesso mi sono chiesto cosa accade e come reagisce un osservatore davanti una opera d’arte e in questo contesto considero la fotografia espressione artistica di un artista. Ho individuato tre tipologie di osservatori andando per musei e mostre. C’è chi guarda, dico guarda, l’opera d’arte per tre secondi e poi passa alla successiva. Non ha capito niente di quello che sta guardando. C’è il tipo che si sbraccia nel commentare una fotografia, oppure quel tipo che ho visto al Museo Hermitage di San Pietroburgo che girava attorno alle tre Grazie di Canova per poi fermarsi ad ammirare il lat B delle statue. Questa tipologia rientra nella sessuofotografia che ha il sapore di pornografia in una opera d’arte. Infine il terzo tipo che se ne frega dell’acquisto dell’ultimo ritrovato nel campo delle riprese fotografiche ma trovandosi di fronte a qualcosa di grande sta a guardare, osservare i rapporti con lo spazio, la luce, i colori e poi in ultimo può scattare qualche foto. Quando feci la foto alle Cariatidi andai nel vecchio museo dell’Acropoli con l’intento di riuscire a trovare le posizioni, la luce e i colori così come avevo in mente. Ci andai cinque volte e finalmente come per incanto emersero le pieghe dei pepli, il ginocchio sinistro piegato in avanti come stesse camminando oppure danzando. Fu un momento molto bello. Ho capito che la foga fotografica è la causa prima degli insuccessi. Ho letto e studiato quasi tutte le opere dei grandi fotografi e la lezione principale che ho appreso fu l’umiltà. Fate vedere le vostre foto a qualcuno di cui vi fidate, non fate copia/incolla da Internet. Si capisce subito che fate fake foto. Imparate a fotografare l’arte che e’ la opzione più difficile ma quella che gratifica di più. I ritratti hanno qualcosa di magico: tu con la foto scruti l’anima di una persona ma devi saperlo fare
Grazie