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Contro il cancro, dalla parte della ricerca

Il professor Rosario Sanguedolce racconta cinquant’anni di oncologia: dalla chemioterapia alla medicina personalizzata, fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale

Conversare con il professor Rosario Sanguedolce per questa intervista significa attraversare più di mezzo secolo di ricerca scientifica, ma significa soprattutto entrare in una stagione straordinaria della medicina, quando molte delle conoscenze che oggi consideriamo acquisite erano ancora domande aperte, intuizioni da verificare, strade da percorrere con pazienza e spesso con mezzi infinitamente più limitati di quelli disponibili oggi.

Nelle sue parole scorrono gli anni Settanta, i primi studi sui farmaci antitumorali, l’Adriamicina, il problema degli effetti indesiderati, la progressiva scoperta dei meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali riescono a sottrarsi all’azione dei farmaci. Poi arrivano il DNA, le mutazioni, la chemioresistenza, il carcinoma del colon-retto, il sequenziamento dell’mRNA e quella convinzione, maturata progressivamente, che avrebbe cambiato il modo stesso di pensare la terapia: non esiste soltanto una malattia da combattere, esiste un determinato tumore in un determinato paziente, con caratteristiche biologiche che possono richiedere una risposta terapeutica altrettanto specifica.

È la strada che conduce alla medicina personalizzata, una delle grandi frontiere dell’oncologia contemporanea.

Ma ciò che rende particolarmente preziosa questa testimonianza è che la storia della scienza non viene raccontata attraverso una fredda successione di scoperte. Dietro ogni risultato affiorano persone, incontri, laboratori, viaggi, difficoltà e speranze. C’è il giovane ricercatore che comincia a studiare i farmaci antitumorali; c’è lo scienziato che nel 1994 arriva alla Columbia University per confrontarsi con colleghi americani; c’è il ricercatore che torna a Palermo con nuove idee e si presenta nelle sale operatorie con un vaso Dewar pieno di azoto liquido, perché un frammento di tessuto tumorale conservato nel modo giusto può contenere una risposta che ancora non conosciamo.

E c’è anche la delusione. Quella di vedere un progetto interrompersi con il pensionamento proprio quando anni di lavoro avevano aperto prospettive importanti. Ma persino in questo passaggio emerge una delle idee più belle dell’intervista: la ricerca non appartiene mai interamente a chi la compie. Un risultato può fermarsi in un laboratorio e ricomparire, anni dopo, dall’altra parte del mondo, ripreso da qualcuno che ha letto un articolo, seguito una traccia, creduto nella stessa intuizione.

È forse questa una delle immagini più autentiche del progresso scientifico: una lunga staffetta nella quale ogni ricercatore percorre soltanto una parte della strada e poi consegna ad altri ciò che ha imparato.

Nelle risposte del professor Sanguedolce, tuttavia, c’è qualcosa che va ancora oltre la ricerca. C’è il malato.

Quando il discorso si sposta dalla cellula alla persona, dal laboratorio alla sofferenza, il linguaggio inevitabilmente cambia. Il tumore non è più soltanto proliferazione cellulare, mutazione genetica o resistenza farmacologica. Diventa paura, dolore, speranza. E il medico non può più essere soltanto colui che conosce una terapia: diventa una presenza accanto a un altro essere umano.

È probabilmente questo il punto nel quale scienza e umanità si incontrano con maggiore forza.

La medicina ha bisogno di laboratori sempre più sofisticati, di genetica, di grandi quantità di dati e oggi anche di intelligenza artificiale. Ma nessun algoritmo potrà rendere secondario quello spazio delicatissimo nel quale un medico guarda negli occhi una persona malata e comprende che davanti a lui non c’è un “caso clinico”, ma una vita.

Anche per questo assume un significato particolare il ricordo che Sanguedolce dedica al suo maestro, il professor Luciano Rausa. Il rigore scientifico si accompagna, nel suo racconto, alla gratitudine. Rausa emerge non soltanto come uno dei protagonisti dello sviluppo della farmacologia dei tumori a Palermo, ma come il Maestro capace di lasciare nei propri allievi qualcosa che nessun manuale può insegnare completamente: il senso della misura, l’attenzione verso il paziente, l’eleganza dei rapporti umani.

Ed è significativo che questa lunga conversazione, partita dai farmaci degli anni Settanta, arrivi infine all’intelligenza artificiale. Il professor Sanguedolce la guarda con lo stupore di chi può confrontare due epoche lontanissime: quella nella quale per ottenere un articolo scientifico occorrevano settimane o mesi e quella attuale, nella quale enormi quantità di informazioni possono essere elaborate quasi istantaneamente.

Eppure, dopo avere letto questa intervista, rimane la sensazione che la tecnologia, per quanto straordinaria, sia soltanto una parte della storia.

Perché dietro ogni microscopio, dietro ogni sequenza di DNA, dietro ogni farmaco e dietro ogni algoritmo deve continuare a esserci qualcuno capace di formulare una domanda.

E soprattutto qualcuno disposto a non arrendersi quando la risposta non arriva.

Ho voluto raccogliere e proporre ai lettori di Intersezioni Culturali questa testimonianza proprio per questo motivo. Non soltanto per raccontare ciò che la ricerca oncologica ha conquistato in cinquant’anni, ma per ricordare quanto lavoro, quanta ostinazione, quanti fallimenti e quanta umanità siano nascosti dietro una parola apparentemente semplice come progresso.

Il cancro rimane una delle grandi sfide della medicina. Ma la storia raccontata dal professor Rosario Sanguedolce ci ricorda che, di fronte alla malattia, esiste da sempre un’altra forza: quella di uomini e donne che continuano a studiare, sperimentare, dubitare, ricominciare.

Contro il cancro, dalla parte della ricerca. Ma, prima ancora, dalla parte dell’uomo.

Chi è il prof Rosario Sanguedolce

Il professor Rosario Sanguedolce, nato a Pettineo, in provincia di Messina, il 5 giugno 1946, ha svolto la propria carriera accademica e scientifica nell’ambito della Farmacologia, dedicando una parte particolarmente significativa della sua attività allo studio della chemioterapia antitumorale e dei meccanismi biologici e molecolari che condizionano la risposta dei tumori ai farmaci.

Il suo interesse per questo settore nasce molto presto. Già dal 1968 è allievo interno presso l’Istituto di Farmacologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo e nel 1971 consegue la laurea discutendo una tesi sperimentale sugli effetti cardiolesivi dell’Adriblastina, farmaco antitumorale destinato ad assumere un ruolo importante nella chemioterapia oncologica. È un tema che anticipa significativamente uno dei grandi problemi che accompagneranno lo sviluppo delle terapie antitumorali: riuscire a colpire efficacemente la neoplasia limitando, nello stesso tempo, i danni prodotti dai farmaci sui tessuti sani.

Dopo la laurea prosegue la formazione scientifica e universitaria presso l’Università di Palermo. Dal 1972 al 1974 è titolare di una borsa ministeriale di addestramento didattico e scientifico; successivamente risulta vincitore, primo ex aequo, di un concorso per contratti quadriennali. Dal 1979 al 1985 è assistente ordinario alla Cattedra di Farmacologia, diretta dal professor emerito Pietro Benigno, e dal febbraio 1985 diviene professore associato di Farmacologia.

L’intera carriera accademica del professor Sanguedolce si sviluppa nell’Istituto di Farmacologia e successivamente nel Dipartimento di Scienze della Promozione della Salute dell’Università degli Studi di Palermo. Alla ricerca affianca costantemente l’attività didattica, contribuendo alla formazione di generazioni di studenti di Medicina, specializzandi e professionisti sanitari.

Particolarmente rilevante è la dimensione internazionale della sua attività scientifica. Il professor Sanguedolce ha coordinato progetti di ricerca che hanno messo in relazione l’Università di Palermo con importanti istituzioni scientifiche europee e statunitensi.

Tra questi figura il progetto dedicato al possibile ruolo della timidilato sintetasi nella terapia del carcinoma colorettale, realizzato attraverso collaborazioni con studiosi della Columbia University, della Thomas Jefferson University di Philadelphia, del Nencki Institute di Varsavia e dell’Università di Amsterdam. La ricerca si inserisce in uno degli ambiti che maggiormente hanno caratterizzato il suo percorso scientifico: comprendere i meccanismi che determinano la sensibilità o la resistenza delle cellule tumorali ai farmaci, con particolare attenzione al carcinoma del colon-retto.

Ha inoltre coordinato un progetto sui fattori prognostici biologici nei tumori ginecologici, basato anche sull’impiego della morfometria e della citometria a flusso, finanziato dai Ministeri degli Esteri italiano e greco e realizzato in collaborazione con il gruppo dell’Università di Atene.

Un ulteriore progetto internazionale, finanziato dalla Comunità Europea, ha riguardato l’identificazione di mutazioni e polimorfismi nel gene della timidilato sintetasi attraverso tecniche di elettroforesi capillare, in collaborazione con l’Istituto di Patologia dell’Università di Bonn, diretto dal professor Reinhard Buettner.

Queste esperienze testimoniano il progressivo spostamento della ricerca oncologica dalla semplice osservazione dell’efficacia di un farmaco allo studio dei meccanismi molecolari e genetici capaci di spiegare perché una terapia possa funzionare in alcuni tumori e perdere invece efficacia in altri. Una linea di ricerca che anticipa alcuni dei principi sui quali si fondano oggi la farmacogenetica e la medicina personalizzata.

Il riconoscimento internazionale della sua attività è testimoniato anche dall’invito ricevuto a tenere, il 2 giugno 1997, presso il Dipartimento di Scienze Biologiche della Columbia University negli Stati Uniti, una conferenza dal titolo Molecular genetics of human colorectal cancer, dedicata alla genetica molecolare del carcinoma colorettale. È stato inoltre invitato come Chair Person e relatore in congressi scientifici internazionali.

Accanto alla ricerca, un ruolo centrale nella sua carriera è stato occupato dall’insegnamento universitario. Ha svolto corsi di Farmacologia per gli studenti del terzo anno del Corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo e corsi di Psicofarmacologia per gli studenti del Corso di laurea in Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, oltre a essere docente in cinque Scuole di Specializzazione della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo palermitano.

Dal 1994 al 2009 è stato inoltre coordinatore del Corso Integrato di Farmacologia presso il Corso di laurea in Medicina e Chirurgia di Caltanissetta e, nello stesso periodo, vicepresidente del medesimo corso di laurea.

Di particolare prestigio è stata anche la sua attività presso il Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice, dove ha diretto il XXIX Corso della Scuola Internazionale di Farmacologia, inserendosi così in una delle realtà siciliane maggiormente conosciute nel panorama internazionale della formazione e della ricerca scientifica.

La sua produzione scientifica comprende 107 pubblicazioni su riviste italiane e internazionali, prevalentemente dedicate alla chemioterapia antitumorale sperimentale e applicata. Ha inoltre fatto parte dell’Editorial Board del Journal of Chemotherapy, ulteriore testimonianza del riconoscimento acquisito nell’ambito della comunità scientifica.

Considerato nel suo insieme, il percorso del professor Rosario Sanguedolce racconta una lunga stagione della ricerca biomedica italiana: dagli studi sperimentali sulla tossicità dei primi importanti farmaci antitumorali all’indagine sui meccanismi molecolari della chemioresistenza, fino a una concezione della terapia sempre più attenta alle caratteristiche biologiche del singolo tumore.

È un percorso nel quale ricerca, insegnamento e collaborazione internazionale si intrecciano continuamente. Ma è anche la testimonianza di una generazione di studiosi che ha assistito, contribuendovi direttamente, alla trasformazione dell’oncologia da disciplina fondata prevalentemente sull’azione citotossica dei farmaci a scienza sempre più orientata alla conoscenza dei meccanismi genetici e molecolari della malattia.

Proprio per questo il curriculum del professor Sanguedolce non rappresenta soltanto la successione delle tappe di una carriera universitaria. Letto insieme alla sua testimonianza personale, diventa anche il racconto di oltre mezzo secolo di ricerca contro il cancro, trascorso cercando di comprendere non soltanto quali farmaci potessero combattere un tumore, ma soprattutto perché una terapia funzionasse, perché talvolta smettesse di funzionare e come la conoscenza scientifica potesse trasformarsi in una possibilità in più per il paziente.

L’Intervista al professor Sanguedolce

Dalla chemioterapia alla medicina personalizzata: cinquant’anni di ricerca contro il cancro

  1. Professore, nel suo recente intervento ha affermato che gli ultimi vent’anni della sua attività scientifica sono stati dedicati allo studio della resistenza dei tumori ai farmaci. Perché ha ritenuto che questa fosse la sfida più importante dell’oncologia moderna?

I nostri studi sui tumori cominciarono nel 1970 ed essi avevano lo scopo di scoprire gli effetti indesiderati dei farmaci citostatici antitumorali. Allora la Farmitalia, azienda farmaceutica leader in Italia, aveva scoperto un nuovo antibiotico antitumorale che agiva sui tumori solidi e si chiamava Adriamicina e il direttore scientifico di Farmitalia prof. Mario Ghione, scienziato di chiara fama, chiese al prof. Luciano Rausa se voleva studiare gli effetti indesiderati del nuovo farmaco che aveva mostrato una forte tossicità  a carico del cuore nei pazienti che assumevano il farmaco. Era un effetto indesiderato fortemente limitante e noi ci  impegnammo in questa direzione. Nel frattempo altri farmaci antitumorali venivano scoperti e una certa euforia cominciava a farsi strada ma contemporaneamente ai successi iniziali cominciavano e venire fuori fenomeni di mancata risposta ai farmaci che inevitabilmente portavano all’exitus i pazienti. Allora affrontammo questo problema con il solito interesse. Un tumore diventava resistente ai farmaci perché i farmaci avevano perduto la capacità di bloccare la crescita tumorale, il tumore non veniva più fermato ma andava in progressione con la formazione di metastasi a distanza le cui cellule avevano acquisito nuove proprietà che le rendevano resistenti ai farmaci. C’è nelle nostre cellule un sistema di controllo della riproduzione e si chiama morte cellulare programmata o meglio Apoptosi che regola il numero di cellule che possono riprodursi. Nei tumori questo sistema di controllo assai sofisticato era cambiato non agiva più per cui il tumore andava incontro a una crescita non più controllata da lì l’insorgenza della resistenza. In corso di terapia alcuni geni responsabili della attività dei farmaci subivano mutazioni e di conseguenza veniva perduto l’effetto terapeutico dei farmaci. Negli anni 80 vennero fuori i dati di cinetica cellulare secondo i quali in una popolazione cellulare tumorale, le cellule si trovano in fasi diverse del ciclo riproduttivo e questo permise di sintetizzare farmaci che colpivano le cellule tumorali in una fase specifica; fu una grande conquista ma in una popolazione tumorale ci sono diversi cloni cellulari che hanno funzione diverse: alcuni cloni cellulari sono sensibili ai farmaci, altri resistenti. In corso di una terapia con citostatici questi distruggono le cellule sensibili e lasciano quelle resistenti di duplicarsi all’infinito quindi il tumore è libero di proliferare senza che ci sia più un sistema di controllo  efficace.

  • Per molti anni la ricerca si è concentrata soprattutto sulla scoperta di nuovi farmaci. Lei invece racconta di avere scelto una strada diversa: capire perché un farmaco che inizialmente funziona possa improvvisamente perdere efficacia. Come maturò questa intuizione?

Un vecchio detto latino recita: corpora non agunt nisi soluta nisi fixata, cioè corpora, i farmaci, non agiscono se non sono solubilizzati e se non si fissano Questa frase racchiude un poco tutta la farmacoterapia conosciuta. Il concetto nisi fixata comporta una conseguenza: fissati a che cosa? Qui viene introdotto un altro concetto che è fondamentale per la farmacoterapia e cioè un farmaco per potere agire si deve legare a molecole che preesistono nelle cellule indipendentemente dai farmaci e sono responsabili di tutto quello che avviene nelle cellule. Queste strutture sono chiamate recettori e tutta la terapia dipende dalla interazione dei farmaci con i propri recettori. Se un farmaco o il proprio recettore subiscono delle modificazioni strutturali si perde l’effetto terapeutico mentre permane l’effetto indesiderato, e questo è il grosso limite circa l’impiego dei farmaci soprattutto per quei farmaci attivi in malattie croniche come i tumori, le malattie cerebro vascolari e quelle cardiache. La moderna chemioterapia antitumorale ha inizio nel 1941 quando una nave che trasportava gas iprite, un vescicante, fu affondata e tutti i componenti l’equipaggio vennero a contatto con il gas e contrassero tumori che li portarono all’exitus. Da qui il passo all’impiego della iprite come farmaco antitumorale fu breve come fu breve la sopravvivenza degli intossicati. Una struttura fondamentale esiste negli USA nella citta di Bethesda dove esiste un centro che si chiama NCI e cioè National Cancer Institute e dove ogni anno vengono sperimentati migliaia di nuove molecole citostatiche delle quali pochissime vengono poi sperimentate sulle cellule isolate e poi sull’uomo. Nella prima fase dei nostri studi abbiamo cercato di individuare gli effetti indesiderati dei nuovi farmaci antitumorali ma si rivelò fortemente limitante allora step by step ci spostammo più a valle nel cercare di capire quali erano le modificazioni (o meglio mutazioni) che la interazione farmaco/recettore aveva subito. Nel 1993 ricevetti una telefonata da parte del prof. Franklin Berger, direttore della sezione farmaci antitumorali della Università di Columbia, il, quale mi invitava a Columbia nel suo istituto a tenere una conferenza dal titolo Human Colorectal Cancer. Avevo un forte paura ma poi mi resi conto che per la mia parte avevo conoscenze abbastanza buone per affrontare un agguerrito gruppo di scienziati americani. Nel maggio del 1994 mi recai a Columbia e con sincerità la conferenza fu un successo. In quel periodo avevo fatto avere un finanziamento di 25 milioni ad un mio collaboratore che restò per sei mesi ospite del prof. Berger. Durante i tre giorni di permanenza a Columbia parlai con il prof. Berger dei nostri progetti e lui mi suggerì di spostare la mia attenzione alla struttura del DNA e dell’mRNA su frammenti di tumore colorettale provenienti da pazienti operati per carcinoma del colon. Tornato a Palermo mi recai da tutti i chirurghi del Policlinico e dell’Ospedale Civico e proposi un progetto di ricerca che aveva come scopo quello di individuare le eventuali mutazioni che il complesso farmaco/recettore poteva avere subito. Mi accolsero da chirurghi cioè molto bene e io per ogni seduta chirurgica mi recavo in sala operatoria con un vaso Dewar pieno di azoto liquido dove poi subito dopo l’espianto del tumore immergevo il pezzo anatomico. Un piccolo difettino: i chirurghi cominciavano a operare sin dalle 6 del mattino e io dovevo essere presente perche’ il piano chirurgico si faceva il mattino. Questo cambiamento nelle nostre strategie fu attuato come conseguenza delle scelte che andavano facendo gruppi di ricerca ni tutto il mondo alla ricerca di nuovi farmaci. Di conseguenza scegliere un ambito di ricerca che desse informazioni che poi si potevano utilizzare sul piano clinico fu in nostro scopo: questa prospettiva avrebbe potuto fornire utili informazioni nella scelta del farmaco adatto a un solo tipo di paziente. Non si trattava di scegliere un farmaco ritenuto attivo e usarlo in modo generalizzato a tutti i pazienti ma scegliere un farmaco che agiva solo in un determinato paziente. Questo cambiamento comportava modifiche radicali alle tecniche usate fino allora perché erano cambiati i recettori: non una ricerca generalizzata all’intero tumore ma indirizzata verso i recettori responsabili della vita delle cellule tumorali e cioè il DNA e l’mRNA. Un cambiamento radicale perché si trattava di effettuare il sequenziamento degli acidi nucleici e bisognava avere la strumentazione adatta che costava centinaia di migliaia di lire.

  • Lei ha spiegato che il tumore può diventare resistente a causa delle continue mutazioni genetiche delle cellule tumorali. Potrebbe spiegare questo fenomeno con parole semplici, affinché anche un lettore non specialista possa comprenderne l’importanza?

In questa domanda si inserisce un momento di grande interesse perché’ nel 1953 due scienziati inglesi James Watson e Francis Crick  hanno cambiato per sempre la biologia e fatto conoscere come si genera la vita. La scoperta fondamentale è stata quella della doppia elica del DNA. Il 25 Aprile 1953 pubblicarono sulla rivista fondamentale Nature un articolo di una pagina dal titolo “Molecular structure of nucleic acids”. Lì descrivono la struttura del DNA perché prima nessuno capiva come il DNA potesse contenere le istruzioni della vita e il replicarsi. Per questa scoperta venne conferito ai due scienziati il premio Nobel per la medicina. La struttura del DNA è composta da due filamenti avvolti a spirale come una scala a chiocciola. Lo scheletro esterno e fatto di ribosio, uno zucchero, e fosfati. I composti interni sono 4 basi azotate che si appaiono a due a due, adenina, guanina, citosina, timina. Alla fine dell’articolo scrivono una frase che è diventata un mantra: il DNA può fare da stampo per replicarsi, la doppia elica si può despiralizzare e ogni filamento ricostruisce il suo complementare e si ottengono 2 DNA identici; In questo modo l’informazione passa da cellula madre a figlia, e da genitore a figlio. Dopo questa scoperta tutto è cambiato: 1) viene decifrato il codice genetico- 3 basi azotate identificano un amino acido che va ad occupare il proprio posto nella sintesi delle proteine. 2) 2003 il genoma umano viene completamente decodificato. 3) Oggi test genetici, terapie mirate sui tumori, vaccini a mRNA. Tutto inizia da quella doppia elica. La replicazione del DNA è il modo con il quale la cellula fa una copia identica del suo genoma e poi si divide generando due cellule figlie. La replicazione del DNA avviene per opera di enzimi presenti nel nucleo delle cellule che letteralmente aprono il doppio filamento e dai due filamenti si generano due nuove molecole di DNA e quindi due cellule figlie. Ogni molecola di DNA può replicarsi circa 20 volte poi la cellula muore. L’uomo può venire a contatto con molecole che stimolano la replicazione del DNA all’infinito e alcune di queste molecole sono i derivati dal benzene, dal catrame del fumo di tabacco, prodotti della dieta e abitudini di vita. Questi fattori inducono degli errori nella duplicazione e questi errori si trasmettono da cellula madre a cellula figlia con una andamento esponenziale. Siamo in una fase di precancerosi, e se le replicazioni e gli errori si perpetuano la sede dove è avvenuto il primo errore diventa sede del tumore. Tutti i farmaci antitumorali che all’inizio di terapia agivano, possono indurre la formazione di errori nel processo di replicazione del DNA e trasformare il tumore da sensibile a resistente ai farmaci.

  • Nel suo laboratorio avete studiato le molecole responsabili dell’insuccesso terapeutico nel carcinoma del colon-retto. Quali risultati ritiene oggi più significativi di quella lunga esperienza di ricerca?

La scoperta del DNA e della sua struttura ad opera di  Watson  e Crick aprì grandi prospettive nei centri di ricerche sparsi ovunque. Ovviamente  furono i centri ubicati negli USA che dettero il maggiore contributo e il più importante fu quello della scoperta del ciclo cellulare, delle sue fasi e del suo impiego clinico.  Il ciclo cellulare è preceduto dalla replicazione del DNA, poi dalla mitosi vera e propria e infine dalla quiescenza delle cellule. Quattro fasi distinguono il ciclo più una che è la quiescenza.

Fase G1: la cellula cresce, produce proteine, controlla se tutto è in ordine per passare alla fase S= sintesi replicazione del DNA, Fase G2: ulteriore controllo operato dagli enzimi nucleari, Fase M: mitosi compatta i cromosomi e viene divisa in due cellule figlie, Fase G0: le cellule figlie escono dal ciclo e si specializzano come neuroni, cellule muscolari etc.

Se c’è un danno nella replicazione del DNA, interviene una proteina chiamata p53 che blocca la progressione del ciclo tutto in G1 o in G2 per consentire ad altri enzimi di individuare dove è l’errore e ripararlo. Dopo di che la cellula riprende il suo ciclo portandolo a completamento. Nei tumori la p53 è mutata ma la cellula va avanti lo stesso con tutte le mutazioni presenti e diventa incontrollabile. La scoperta del ciclo cellulare ha consentito di dividere i farmaci antitumorali in due grandi gruppi: ciclo specifici che colpiscono solo una fase e ciclo aspecifici che danneggiano qualunque fase con la conseguenza della morte della cellula tumorale. I farmaci colpiscono non solo le cellule tumorali ma anche le cellule sane in rapida replicazione e questo spiega gli effetti indesiderati che i farmaci antitumorali provocano. La esperienza della ricerca scientifica che si sviluppò a partire del mio viaggio negli USA mi ha consentito di dedicarmi completamente agli studi sui tumori del colon retto. Questo è un tumore che è sensibile al solo farmaco 5Fluorouracile ma la sensibilità è molto scarsa e i fenomeni di chemioresistenza insorgono molto presto: è un tumore che da metastasi al fegato e ha una sopravvivenza di pochi mesi in funzione della condizione biologica che esso presenta al momento della diagnosi. Spesso il tumore presenta metastasi al momento della diagnosi, è indifferenziato, ed ha una grado istologico molto aggressivo. C’è una forte componente ereditaria che si presenta inizialmente come poliposi intestinale che poi può progredire a cancro. Molti gruppi di ricerca si erano confrontati con questo tipo di tumore ma i risultati erano deludenti di conseguenza d’accordo con il prof. Rausa ci dedicammo allo studio dei fattori responsabili della resistenza al fluoro uracile. Si trattava di effettuare dei sequenziamenti sull’mRNA su campioni di tessuto tumorale del colon retto asportati durante chirurgia. Il sequenziamento dell’mRNA è molto difficile perché va effettuato su tessuto tumorale fresco perché è un tessuto che viene quasi immediatamente degradato dagli enzimi ribonucleasi, da qui usare un vaso Dewar pieno di azoto liquido nel quale andava immerso immediatamente il pezzo anatomico. Non sempre questo era possibile. Dalla bibliografia internazionale appresi che nell’Istituto di Anatomia Patologica dell’Università di Bonn effettuavano il sequenziamento dell’mRNA su frammenti di tessuto neoplastico del colon retto inclusi in paraffina. Questo aspetto davo la possibilità dei reclutare nello studio molti casi. Mi misi in contatto con il Direttore, gli esposi il nostro progetto e gli chiesi se era disponibile ad ospitare un nostra collaboratrice nel suo Istituto per  apprendere la tecnica sul paraffinato. Fu molto contento nell’accettare la proposta e ospitò una nostra collaboratrice per diverse settimane. Mettere a punto qui a Palermo questa tecnica si rivelò molto difficile perché si doveva estrarre dal paraffinato il tumore, fare delle sezioni molto sottili con un microtomo, estrarre l’mRNA e infine effettuare il sequenziamento. Avevamo isolato una coorte di pazienti operati per cancro del colon retto provenienti dalle Madonie che presentavano instabilità microsatellitare nel DNA delle cellule tumorali che causava la insorgenza della resistenza al 5 fluoro uracile. I microsatelliti sono regioni del DNA molto soggette a errori durante le replicazione. Nelle cellule esiste un sistema che ripara gli errori che si vanno formando nella doppia elica del DNA; è il sistema Mismatch Repair e quando questo sistema non funziona gli errori non vengono corretti e i microsatelliti si accorciano o si allungano e diventano instabili. La prognosi nei tumori del colon, dell’endometrio, ovaio, stomaco etc con instabilità microsatellitare  è molto sfavorevole. I microsatelliti non hanno una funzione ben precisa ma vengono creati durante la repiclazione del DNA e spesso non vengono riconosciuti durante questo passaggio, quindi nascono per errore non per una funzione. Poi venne il 2016 e io per motivi anagrafici fui costretto al pensionamento. Il progetto si bloccò e tutto si arenò a quel punto. La mia delusione fu molto grande ma ormai il prof  Rausa da anni era in pensione altri colleghi erano impegnati in altri progetti di ricerca e nessuno voleva continuare perchè non avevano le conoscenze che avevo accumulato io in tanti anni di studi e di ricerca. Tutto finito? No perché poco prima del Covid lessi che un gruppo di ricerca aveva messo a punto una tecnica che permetteva di identificare la instabilità microsatellitare e di usare questa tecnica ai fini della prognosi. Non tutto fu perduto, qualcuno nel mondo ci aveva creduto. Qualcuna che aveva letto  una mia pubblicazione sul WEB.

  • Oggi si parla sempre più spesso di medicina personalizzata e di terapie costruite sul profilo genetico del paziente. Ritiene che questa rappresenti la naturale evoluzione del lavoro iniziato dal vostro gruppo già negli anni Novanta?

Lo scopo principale cui sempre si è tentato di arrivare è stato spesso negletto perché mancava la cultura scientifica per poterci arrivare ma anche i mezzi e i farmaci selettivi. Paul Herlich, scienziato tedesco e vincitore di un premio Nobel per la medicina, agli inizi del novecento elaboro’ un concetto fondamentale quello del “proiettile magico” considerando un farmaco una sostanza in grado di identificare e di distruggere una colonia batterica infettante senza danneggiare i tessuti sani. Ricordo che le infezioni dalla descrizione che ne fece Tucidide della pestilenza in Atene del quarto secolo AC fino all’inizio del novecento la mortalità più grande era da attribuire alle infezioni: le pestilenze erano le cause ricorrenti di epidemie che distruggevano intere popolazioni. Alessandro Manzoni fa una descrizione da capolavoro della pestilenza che colpi Milano nel 1600. Per trasformare la teoria in pratica Ehrlich e il suo gruppo testarono centinaia di molecole per arrivare alla scoperta del Salvarsan, derivato dall’Arenico in grado di uccidere il batterio responsabile della sifilide. Tuttavia questo farmaco era fortemente lesivo per il fegato e per il cuore. Scopri Herlich un derivato dal mercurio che veniva inoculato con un catetere nella uretra di pazienti affetti da blenorragia Pratica molto dolorosa che provocava danni spesso irreversibili al tessuto uretrale. Il concetto elaborato da Paul Ehrlich fu di enorme portata non solo nell’ambito delle terapie antinfettive ma in tutta la farmacoterapia divenendo la base per gli studi dei farmaci attivi in altre patologie  come i tumori la immunoterapia e anche la radioterapia di alcuni tipi di tumori. Ha inizio con Paul Ehrlich la moderna chemioterapia antinfettiva, quella antitumorale comincerà a muovere i primi passi nel 1941. La intera evoluzione della ricerca scientifica in medicina ebbe inizio con Paul Herlich e la sua intuizione sulla selettività dei farmaci; noi partendo da questo presupposto abbiamo cercato le basi degli effetti indesiderati di alcuni farmaci antitumorali come l’Adriamicina, il 5fluorouracile etc con lo scopo di identificare i fattori responsabili della tossicità dei farmaci, rimuoverli e portare un farmaco antitumorale a quel concetto di pallottola magica di Herlich. Come nei secoli si curavano le malattie? C’erano i cerusici che erano figure di estrazione artigiana (come i barbieri) che eseguivano interventi pratici e operazioni minori; cosa facevano i cerusici? Salassi a tutto spiano e purganti che spesso riducevano in fin di vita i pazienti. Un re d’Inghilterra soffriva di epilessia e i suoi medici di allora lo “Curarono” con salassi che portarono a morte il re. Chi era ricco e aveva contratto una infezione poteva pagare un chirurgo che poteva rimuovere gli  ascessi con la chirurgia; si apriva la zona infetta, previe grandi bevute di vino che fungeva da anestetico, e il chirurgo procedeva a rimuovere l’ascesso facendo quella che oggi viene chiamata  toilette chirurgica. Il risultato dell’intervento veniva misurato con la febbre: se la febbre scendeva c’erano buone possibilità che il malato guarisse, se la febbre si manteneva costante o tendeva a salire allora si parlava di setticemia e l’esito era infausto. Nei conventi, nei monasteri o nelle Abbazie, c’era una figura di monaco un poco particolare ed era quella di coltivare le erbe medicinali. I risultati ? Non conosciuti. Chi ha visto “Il nome della rosa” eccezionale racconto del Grande Umberto Eco, c’era lo speziale fratello Berengario che coltivava le erbe medicinali.

  • Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nella ricerca biomedica. Se avesse oggi a disposizione gli strumenti di analisi basati sull’IA, pensa che molte delle ricerche svolte allora avrebbero potuto accelerare i risultati?

 Senz’altro fino a quando fui responsabile di uno studio sui tumori del colon, e cioè fino a 10 anni fa, avevamo messo a punto una metodica che ci consentiva di effettuare il sequenziamento dell’mRNA su tessuti tumorali inclusi in paraffina.  Per l’epoca era una grande conquista. Questo risultato l’abbiamo conseguito dopo diversi anni di studi. Il nostro aggiornamento era ottenuto dalle riviste scientifiche; prima su tutte “Current Contents”, che ogni settimana usciva negli USA riportando i soli titoli degli articoli pubblicati e da lì bisognava risalire agli autori i quali erano ben disposti a fornici l’articolo per intero previo pagamento di circa 50$. Dalla pubblicazione all’ottenimento dell’articolo passavano mesi e noi avevamo cosi già dati vecchi. Oggi basta digitare una frase e in tempo reale si ottengono tutte le informazioni richieste. L’abbonamento a Current Contents  costava circa un milione di lire. Avevamo anche abbonamenti a riviste specifiche sui tumori come Cancer Research, altro milione e mezzo, a Nature, Science e poi al New England Journal of Medicine. Era il fior fiore della letteratura della ricerca scientifica mondiale, ma la nostra operatività era lenta perché il reperimento dei pezzi anatomici dei tumori dipendeva da altri ed era molto difficile. Infine la possibilità di potere utilizzare i pezzi inclusi in paraffina ha consentito di superare questo ostacolo grazie alla preziosa collaborazione con l’Istituto di Anatomia Patologica  della nostra facoltà di  Medicina e Chirurgia che a quel tempo era diretto dalla Professoressa Tomasino. L’Avere scoperto la instabilità microsatellitare in una coorte di pazienti operati per cancro del colon e provenienti dalla Madonie fu una grande scoperta solo nostra. Poi il mio pensionamento bloccò tutto, nonostante ciò un gruppo di ricerca in qualche porte del mondo aveva letto i nostri articoli e continuarono il nostro lavoro. L’AI è  ormai un futuro che è diventato l’oggi e da questo che bisogna ripartire. All’improvviso una ventata di novità ha spazzato via metodi di studio e di ricerca che erano diventati obsoleti ma che avevano dato nel passato importanti risultati. Un dato clinico per tutti: il vaccino anti covid è stato scoperto in pochi mesi, in pochi mesi furono effettuate le ricerche cliniche controllate e qui c’entra la AI perché senza di essa sarebbero stati necessari anni di ricerche; molti centri di ricerca nel mondo erano collegati fra di loro in una collaborazione che sa dell’incredibile. Senza la AI quanti morti in più avremmo avuto?

  • Lei ha vissuto l’evoluzione dell’oncologia dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Qual è, secondo lei, il progresso scientifico che ha cambiato maggiormente la prognosi dei pazienti oncologici?

Il Novecento è stato il secolo più ricco di scoperte scientifiche ma anche il secolo dei cento milioni di morti nelle due guerre mondiali.  A mio parere due sono le scoperte scientifiche che hanno dato i maggiori risultati nelle terapia dei tumori migliorando considerevolmente la prognosi dei pazienti portatori di neoplasie; sono due scoperte che all’inizio procedevano per vie parallele per poi convergere sull’obiettivo finale che era quello di avere una prognosi il più certa possibile e una risposta terapeutica efficace. Una via ce l’hanno data Watson e Crick con la scoperta della doppia elica del DNA da cui ebbero inizio molti studi che portarono alla sintesi di nuovi farmaci. Questo interesse alla farmacoterapia non si è mai fermato ma continua a crescere. La scoperta degli anticorpi monoclonali offre oggi un formidabile aiuto nella diagnosi ma soprattutto nella terapia. I monoclonali sono utilizzati come vettori altamente specifici di farmaci che si possono concentrare nel sito della neoplasia tralasciando la interazione con i tessuti sani. Un monoclonale ha una elevata specificità che sintetizzato a partire dal tumore è in grado di legarsi solo a questo. Questa è una grande variante della farmacocinetica di un farmaco che va a colpire i tessuti malati e solo quelli. Evitando gli effetti tossici dovuti ad una distribuzione ubiquitaria. Tralascio di parlare della penicillina perché questa travalica il nostro scopo. Una considerazione va fatta: dalla descrizione che Tucidide ha fatto della peste di Atene, che poi si scoprì che si trattava di una enterite batterica, fino alla scoperta di Fleming negli anni trenta del novecento della penicillina che distrusse gran parte delle infezioni. L’altro aspetto che ha dato un notevole contributo sia alla diagnosi sia alla terapia dei tumori, deriva dalla fissione dell’atomo. Molti associano questa importante scoperta al progetto Manhattan il cui scopo era quello di costruire la prima bomba atomica e agli accadimenti a Los Alamos, dove fu esplosa la prima bomba, e soprattutto a Hiroshima e Nagasaki. Questi progetti ebbero come direttore Hoppenheimer, americano, e alla fissione dell’atomo l’italiano Enrico Fermi.  A torto o a ragione  è giusto ricordare che l’8 Dicembre del 1941 i giapponesi bombardarono Pearl Harbour senza una dichiarazione di guerra. Perché la fissione dell’atomo? Perché da questa viene liberata una quantità enorme di energia che i fisici nucleari hanno controllato e utilizzato per distruggere le cellule tumorali. Gli oncologi oggi riescono a individuare con l’aiuto indispensabile dei fisici nucleari i piani dove si annidano le cellule neoplastiche su cui far convergere gli isotopi radioattivi che le vanno a bombardare. L’inizio della radioterapia fu difficile perché difficile fu la individuazione dei piani da bombardare con le alte energie. Oggi con i moderni ciclotroni è possibile ottenere particelle ad alta energia che vengono impiegate nella terapia dei tumori. Nel Gran Sasso c’è un centro dove lavorò il fisico premio Nobel per la fisica Carlo Rubia e a Zurigo il CERN che vide come una dei principali ricercatori il prof Antonio Zichichi. Oggi si parla, spesso a sproposito, di risonanza magnetica, TAC, TAC con liquido di contrasto, PET, etc, tutte indagini ultramicroscopiche che consentono di individuare poche cellule neoplastiche nei siti  metastatici e di andare a distruggerle. Concludo questa risposta ricordando che noi in Farmacologia utilizzavamo l’Adriamicina triziata che somministravamo agli animali da laboratorio con lo scopo di andare a osservare dove il farmaco triziato si andava a concentrare e conoscere di conseguenza gli effetti collaterali negli organi o apparati nei quali il farmaco concentrato poteva provocare. Avevamo una super centrifuga che ruotava a 120g, uno scintillatore in fase liquida Hitachi Perkin Elmer in grado di leggere i DPM presenti nei tessuti  e poi un computer che elaborava i dati. Il computer era un Olivetti Programma 101, il primo computer ad alte prestazioni costruito da una azienda italiana all’avanguardia nel mondo. Adriano Olivetti fu un industriale che aveva una visione strategica a lungo termine.

  • Nelle sue testimonianze emerge sempre un forte legame umano con i pazienti. Come è riuscito, durante tutta la sua carriera, a mantenere un equilibrio tra il rigore della ricerca scientifica e il coinvolgimento emotivo verso le persone malate?

Si può convivere con il dolore da cancro?

Il rapporto con il malato di tumore è un rapporto particolare nel quale tra il medico e il paziente si crea un legame affettivo che può portare il medico ad assumere comportamenti che esulano da quelli classici di medico/paziente. La sofferenza del paziente è una componente notevole perché il dolore da cancro spesso diventa insopportabile soprattutto in quelle forme tumorali che coinvolgono le ossa distretto scarsamente irrorato dal sangue e di conseguenza i farmaci non arrivano in concentrazioni terapeutiche. Allora la sofferenza diventa anche del medico che diventa empatico col paziente. Mantenere quel profilo  professionale per il medico è molto difficile ecco che sono stati creati dei gruppi specifici che non curano il paziente ormai terminale ma curano il dolore. C’è stato ne centro tumori di  Milano sotto la guida del prof Veronesi uno specialista nella terapia del dolore il prof. Ventafridda  che ha creato in tutta Italia gruppi di medici con questa specializzazione che è quella di rendere sopportabile la malattia ricorrendo a farmaci e metodi fisici. Questi medici rischiano di diventare depressi per cui è sorta la esigenza di creare gruppi Balint che sono incontri di formazione psicologica e di supporto creati per aiutare i professionisti della cura a capire meglio il legame emotivo con i propri pazienti e cercare di evitare l’esaurimento emotivo legato al lavoro che è la sindrome del burnout che è una sindrome che colpisce soprattutto i medici oncologi che diventano bruciati  appunto burnout. A Palermo da molti anni agisce sotto l’egida del Ministero della salute un gruppo denominato  SAMOT che ha lo scopo di erogare un modello di cure  domiciliari costituiti da interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali rivolto sia alla persona malata che al suo nucleo familiare. Si tratta di gruppi di medici che attuano le cosiddette cure palliative che non hanno lo scopo  di curare la malattia, il malato spesso è in fase terminale e ha avuto tutte le cure possibili ma ormai non risponde più ai farmaci classici e nel passato veniva abbandonato alla famiglia che aveva solo il supporto dei medici base. La SAMOT ha superato questo terribile momento nel quale l’ammalato e la famiglia vivono con una rassegnazione atroce e aspettano la fine. Le cure palliative sono gestite da oncologi, chirurgi,  riabilitatori, fisioterapisti, psicoterapeuti, religiosi. E’ un grande passo in avanti rispetto al passato quando gli ammalati venivano abbandonati a se stessi in attesa dell’exitus, in una condizione nella quale il dolore era diventato incontrollabile e dalla sindrome del burnout rischiava di perdere professioni di valore

  • Lei ha lavorato accanto al professor Luciano Rausa, figura che ricorda sempre con grande affetto e riconoscenza. Qual è l’insegnamento umano e scientifico più importante che ha ricevuto dal suo Maestro e che vorrebbe trasmettere ai giovani ricercatori di oggi?

Il prof. Luciano Rausa era nato a Padova nel 1932. Dopo aver frequentato come allievo interno l’Istituto di Farmacologia dell’Università di Palermo, diretto dal Prof. Renato Santi e in seguito dal Prof. Pietro Benigno, nel 1958 si laureò in Medicina nella stessa Università con il massimo dei voti. A Palermo, percorse tutti i gradini della carriera universitaria da Assistente Volontario di Farmacologia nel 1961 a Prof. Ordinario di Farmacologia nel 1976, passando attraverso il conseguimento di due docenze, una in Chemioterapia e l’altra in Farmacologia.
Il Prof. Rausa è stato soprattutto un eminente studioso di Chemioterapia. Inizialmente si dedicò ai farmaci antinfettivi, tra l’altro lavorando, nel 1962, presso l’Istituto di Microbiologia e d’Igiene dell’Università di Utrecht diretto dal Prof. Karl Winkler. Successivamente, a partire dalla fine degli anni ‘60, un grande merito, scientifico e sociale, del Prof. Luciano Rausa è stato quello di avere contribuito fortemente a sviluppare la Farmacologia dei Tumori, in termini sia di ricerca di laboratorio, sia applicativi clinici. Oggi l’Oncologia Medica ha una grandissima diffusione, ma a quei tempi solo pochi gruppi italiani, peraltro prestigiosi, si dedicavano e credevano in questa disciplina; risalgono a quegli anni le prime approfondite ricerche del Prof. Rausa e del Suo gruppo sulla farmacologia e la cardiotossicità delle antracicline.

Per questo Suo ruolo pionieristico, nel quale fu sostenuto dal Prof. Benigno, il Prof. Rausa ha avuto in seguito innumerevoli riconoscimenti nazionali ed internazionali. I corsi di Terapia Medica dei Tumori da Lui periodicamente organizzati nell’ambito del Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice sono stati un punto di riferimento per tutta la comunità scientifica impegnata in questo campo. Il Professore Rausa ha diretto per lunghi anni le istituzioni accademiche ed assistenziali di Oncologia Clinica dell’Università di Palermo.
Sul piano umano va ricordato l’approccio attento, sensibile, di vera condivisione della sofferenza, che il Prof. Rausa ha avuto sempre verso i Suoi pazienti. Tutti hanno poi ammirato il Suo tratto pieno di garbo ed eleganza, da grande gentiluomo. A questa Sua caratteristica, non risultava in qualche modo estraneo il lungo servizio di leva trascorso in Marina, un periodo da Lui considerato altamente formativo e di cui amava raccontare degli episodi agli allievi, non solo come modelli di disciplina ma anche per trasmettere loro la Sua passione per la vita di mare.
La cara Signora Tilde e la figlia Paola Lo ricordano come un marito ed un padre meraviglioso, capace anche di affrontare con grande coraggio le più dure traversie della vita, come la prematura perdita del figlio Giuseppe.
Gli allievi augurano una buona traversata all’indimenticabile e dolce Professore Luciano Rausa”.

    Notiziario AIOM

    TUMORI: NEL 2025 IN ITALIA STIMATI 390.000 NUOVI CASI. IN 10 ANNI 9% DI MORTI IN MENO. AL SUD IL 15% DELLE PAZIENTI CAMBIA REGIONE PER LA CHIRURGIA MAMMARIA

    18 Dic 2025 A Roma viene presentato il volume sui numeri delle neoplasie, frutto della collaborazione tra AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM, ONS, PASSI, PASSI d’Argento e SIAP e C-IAP.

    Stabili le diagnosi rispetto al 2024, ma ieri per la prima volta la Commissione Europea ha registrato un calo assoluto. La diminuzione dei decessi è ancora più evidente nelle neoplasie del polmone (-24%) e del colon-retto (-13%). Sono dati migliori della media europea e si traducono in una sopravvivenza a 5 anni più alta nei carcinomi più frequenti. Nel Meridione, dal 2020 al 2024, è triplicata l’adesione agli screening. Ma gli indici di fuga per gli interventi al seno sono 3 volte superiori rispetto al Nord.

    Roma, 18 dicembre 2025 – Nel 2025, in Italia, sono stimate circa 390.000 nuove diagnosi di cancro, un numero che segna una sostanziale stabilità rispetto al 2024, con una tendenza alla diminuzione alla luce della progressiva riduzione dei casi negli uomini. I dati emersi ieri pomeriggio da parte della Commissione Europea confermano per la prima volta in Europa un calo dell’1,7% dei casi complessivi, addirittura del 2,6% in Italia. Questa tendenza è dovuta, da un lato, alla diminuzione totale della popolazione, dall’altro alla riduzione delle diagnosi di tumore del polmone nei maschi. Un trend positivo, a cui si accompagna un complessivo calo del 9% dei decessi oncologici negli ultimi 10 anni nel nostro Paese, ancora più evidente nelle neoplasie del polmone (-24%) e del colon-retto (-13%). Sono dati migliori rispetto alla media europea e si traducono in una sopravvivenza a 5 anni più alta nei tumori più frequenti, cioè in quelli della mammella (86% rispetto a 83%), colon-retto (64,2% rispetto a 59,8%) e polmone (15,9% rispetto a 15%). Nel nostro Paese, inoltre, in 5 anni (2020-2024), è aumentato il numero di cittadini che aderiscono ai programmi di prevenzione secondaria. Per lo screening mammografico la copertura è passata dal 30% nel 2020 al 50% nel 2024, per il test del sangue occulto nelle feci (per la diagnosi precoce del tumore del colon retto) dal 17% al 33% e per lo screening cervicale dal 23% al 51%. Significativo il recupero delle adesioni anche nel Meridione, dove è triplicata la copertura: la mammografia è aumentata dal 12% al 34%, il test del sangue occulto fecale dal 5% al 18% e lo screening cervicale dal 12% al 37%. Tuttavia, permangono criticità, come l’elevata mobilità sanitaria regionale al Sud per interventi chirurgici per tumore della mammella, con indici di fuga tre volte superiori a quelli del Centro-Nord. In Italia, nel 2023, sono stati effettuati 66.351 interventi per carcinoma mammario (61.128 nella Regione di residenza, 5.223 fuori Regione): a livello nazionale la percentuale di chirurgia mammaria in mobilità è pari a circa l’8%, ma si va dal 5% al Nord al 15% al Sud. Resta ancora molta strada da percorrere anche sul piano della prevenzione primaria, cioè degli stili di vita sani. In Italia il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario.

    Il volume “I numeri del cancro in Italia 2025”, presentato oggi in una conferenza stampa a Roma, è la pubblicazione ufficiale, giunta alla quindicesima edizione, che descrive gli aspetti relativi alla diagnosi e terapia delle neoplasie grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening (ONS), PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP).

    Sesta Giornata di studi sulla salute col prof. Rosario Sanguedolce su ”I progressi della chemioterapia nella cura dei tumori”

    2 pensieri riguardo “Contro il cancro, dalla parte della ricerca

    • Rosario Sanguedolce

      Quando il prof Pintaldi mi propose di fare questa intervista di colpo gli 11 anni dal mio pensionamento sono scomparsi e gran parte dei miei ricordi di 50 anni trascorsi a studiare il cancro tornarono nelle mia mente con una chiarezza sorprendente.Avere avuto una guida come il prof Pintaldi è stata come un Virgilio dei nostri tempi. Non ha mai interferito con quanto scrivevo lasciandomi completa libertà di espressione. C’è una grande somiglianza tra i due professori Rausa e Pintaldi nei comportamenti e nel sapere mettere i propri collaboratori in perfetta autonomia. La introduzione che fa il prof. Pintaldi è da manuale. Avere tra i soci di Andromeda il professore Pintaldi è un grande valore aggiunto.Grazie prof Pintaldi non ti dimenticherò mai

      Rispondi
    • Salvatore Abbruscato

      La intervista fatta al prof. Sanguedolce sviluppa importanti temi scientifici ed è condotta dal prof. Pintaldi con estremo rigore e precisione seguendo un percorso che fa conoscere al lettore la storia della ricerca scientifica sul tumore, sui farmaci, sulla terapia personalizzata e sui casi nei quali si realizza la resistenza del tumore al cancro, nella quale il prof. Sanguedolce è stato uno dei protagonisti , uno studioso serio, pieno di entusiasmo e di grande rispetto per gli ammalati.
      Grazie al prof Pintaldi per questa intervista che posso definire un trattato utile a tutte le intelligenze universitarie, agli studenti e ai ricercatori, per l’ampiezza e profondità dei temi trattati.
      Salvatore Abbruscato

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