Ricordare non è un rito
27 gennaio, un giorno che inquieta più di quanto celebri
Ricordare non è un rito: la memoria come inquietudine

Ogni 27 gennaio mi chiedo se, per me, ricordare sia davvero possibile. Perché ricordare non è un rito: ciò che è accaduto supera le parole, la comprensione, persino l’immaginazione. Io non ho vissuto quelle tragedie; mi sono arrivate attraverso le testimonianze, i libri, i film. Eppure sento che il silenzio sarebbe peggio. Sarebbe una perdita ulteriore.
Non ho conosciuto direttamente quell’orrore, ma sono cresciuto dentro la sua eco. Mio padre aveva attraversato la Seconda guerra mondiale con il corpo stanco e i piedi consumati da chilometri percorsi a piedi, senza sapere — come mi diceva quando il racconto riaffiorava — dove si sarebbe fermato, senza sapere se sarebbe tornato. Ne parlava senza enfasi, come si raccontano le esperienze che non hanno bisogno di essere ingigantite, perché sono già state troppo grandi.
L’eredità della guerra nelle storie familiari
I miei nonni non sono sopravvissuti alla Prima guerra mondiale. Io non li ho conosciuti. Per questo la guerra, per me, non è mai stata soltanto una pagina di libro: è stata un’assenza, una frattura ereditaria.

Mio suocero. Messo in fila per essere fucilato. In attesa. Un sorteggio. Una vita risparmiata per caso — o per destino. Lui attribuì sempre quella salvezza all’intercessione di Santa Teresa, alla quale rimase devoto per tutta la vita. Non so dire dove finisca la fede e dove inizi il bisogno umano di dare un senso all’orrore. So però che, quando raccontava, la voce gli si spezzava in singhiozzi. E so che quell’episodio mi ha insegnato quanto sottile sia il confine tra vivere e scomparire.
Quando la disumanità comincia prima delle armi
Quando penso alla Shoah, allora, non penso solo ai numeri — impossibili da contenere — ma ai dettagli: a un corpo stanco che cammina, a una fila silenziosa, a un nome che resta o che viene cancellato. Penso a vite che avrebbero potuto continuare e a milioni di vite che non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere ricordate da qualcuno.
Mi domando spesso dove inizi davvero una tragedia di tale portata. E la risposta che temo è: molto prima delle armi. In una parola pronunciata senza responsabilità. In una battuta che disumanizza. In uno sguardo che si volta dall’altra parte. In quell’abitudine pericolosa che chiamiamo normalità.
Ricordare questo, per me, non è un rito. È un esercizio faticoso. È la scelta di non distogliere lo sguardo, anche quando sarebbe più comodo farlo.
Il 27 gennaio non mi consola. Mi inquieta. Oggi, più che ricordare, sento il dovere di custodire queste storie — perché finché qualcuno le racconta, la disumanità non ha ancora vinto.
Francesco Pintaldi

Non c’è retorica nei versi del poeta ma dolorosa constatazione di un orrore perpetrato ai danni di milioni di ebrei, perseguitati in nome di una distorta e tragica teoria sulla superiorità della razza ariana. Perciò, per quanto sia doloroso, occorre mantenere viva la memoria per non dimenticare
Caro Francesco, ricordare è prima di tutto un dovere,
specialmente oggi, quando siamo alle soglie del crollo del mondo occidentale così come lo abbiamo visto negli anni della nostra gioventu e della piena maturità.
Oggi pare risvegliarci dopo un incubo e stiamo assistendo agli stessi tragici racconti che abbiamo letto o visto nelle cronache degli anni in cui si è verificato l’olocausto.
Ucraina, Palestina, Stati Uniti, Myammar, Pakistan, Iran, i tanti conflitti sanguinosi dell’Africa, sono le testimonianze di oggi. E quell’olocausto ci rivela ogni volta le lotte di potere e di predominio del genere umano. Io, figlio di chi ha sostenuto la guerra di liberazione, sono ancora in trincea, in prima fila e fino all’ultimo giorno della mia vita difesa delle libertà che sono state conquistare a caro prezzo. Sono convinto che inneggiare alla pace non è un rito, ma è tramandare alle generazioni l’insegnamento della storia che ci dice di non dimenticare, e ci avverte che gli eventi peggiori delle manifestazioni umane, sono sempre dietro l’angolo della vita di ognuno. ALLORA RICORDARE NON PUO’ ESSERE UN RITO ! NON SARA’ MAI UN RITO !