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19 luglio 1992. Il giorno in cui Palermo pianse due volte

Ci sono date che appartengono alla vita di ciascuno di noi. Il 19 luglio 1992 è una di queste

Ricordo con assoluta nitidezza quel pomeriggio di trentaquattro anni fa. Ero nello studio, per una lezione privata. Il silenzio della casa fu improvvisamente spezzato da un grido di mia moglie. Un urlo che ancora oggi mi risuona dentro.

Ci alzammo di scatto. Corremmo davanti al televisore. Le immagini erano ancora confuse, frammentarie. Il fumo, le auto distrutte, i palazzi sventrati, la disperazione della gente.

Via D’Amelio.

L’attentato.

Paolo Borsellino.

Ricordo di avere gridato anch’io. Un grido di dolore, quasi istintivo, davanti all’ennesima ferita inferta alla mia città.

Solo cinquantasette giorni prima, il 23 maggio, l’Italia era rimasta sconvolta dalla strage di Capaci, nella quale avevano perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della loro scorta. Sembrava impossibile che un’altra tragedia di quella portata potesse ripetersi così presto. E invece la mafia dimostrò ancora una volta tutta la sua ferocia, uccidendo Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Con loro non morivano soltanto uomini dello Stato.

Veniva colpita la speranza di un’intera nazione.

Proprio in quei mesi la mia famiglia si preparava a un cambiamento importante. Dopo molti anni trascorsi a Como avevo deciso di ritornare stabilmente a Palermo.

Ricordo bene le parole di tanti amici lombardi.

«Francesco, ma dove porti la tua famiglia? Qui state bene. Palermo ti darà soltanto problemi.»

Erano parole pronunciate con sincera amicizia, perché in quei giorni Palermo appariva agli occhi dell’Italia come la città della paura, delle autobombe, della violenza mafiosa.

Eppure sentivo che quella poteva essere  ancora la mia città.

L’anno successivo iniziai il mio servizio come docente al Liceo “Maria Adelaide”. Insieme al lavoro nella scuola nacque anche un impegno che non mi ha più abbandonato: cercare, attraverso l’insegnamento, la cultura, la scrittura e il dialogo, di restituire qualcosa alla città nella quale avevo scelto di far crescere i miei figli, che fino ad allora erano stati ragazzi comaschi. Non ho mai pensato che la lotta alla mafia fosse affidata soltanto ai magistrati o alle forze dell’ordine. Essa passa anche dalle aule scolastiche, dalle biblioteche, dalle associazioni culturali, dai libri, dal rispetto delle regole, dall’educazione dei giovani e dalla capacità di costruire una coscienza civile. È una battaglia silenziosa, meno visibile delle indagini e dei processi, ma altrettanto necessaria.

Palermo non mi piaceva per questo imparai ad amarla perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare  (Paolo Emanuele Borsellino)

In questi decenni Palermo è certamente cambiata.

Molti quartieri sono rinati. Il patrimonio storico e artistico è stato valorizzato. Il turismo è cresciuto. Numerose realtà associative hanno dimostrato che la cultura può diventare uno straordinario strumento di riscatto sociale. Oggi la città offre un volto più aperto, più internazionale e più consapevole della propria storia.

Ma sarebbe un errore fermarsi all’autocompiacimento.

Accanto ai tanti segnali positivi continuano a esistere problemi che ogni palermitano conosce bene: il degrado urbano, l’incuria di alcune periferie, il mancato rispetto degli spazi comuni, la difficoltà nel trasformare la legalità in comportamento quotidiano.

Per questo il sacrificio di Falcone e Borsellino non può ridursi a una commemorazione annuale.

Ogni 23 maggio e ogni 19 luglio le piazze si riempiono di fiori, di corone e di parole. È giusto che sia così. Ma il loro esempio ci chiede qualcosa di più difficile: trasformare la memoria in responsabilità.

Paolo Borsellino sapeva di essere un uomo condannato. Continuò ugualmente il proprio lavoro con una serenità che ancora oggi suscita ammirazione. In una delle sue riflessioni più note ricordava che chi ha paura muore ogni giorno, mentre chi non ha paura muore una volta sola. Non era un invito all’incoscienza, ma alla dignità, al senso del dovere, alla fedeltà ai propri principi.

Oggi, davanti al ricordo di quella domenica del 1992, mi tornano alla mente non soltanto le immagini della devastazione, ma anche la scelta compiuta allora: riportare la mia famiglia a Palermo e cercare, con gli strumenti semplici di un insegnante, di dare un modesto contributo alla crescita civile della città.

Non ho mai pensato di poter modificare  Palermo.

Ma continuo a credere che ciascuno possa cambiare una piccola parte del mondo che gli è affidata.

Forse è proprio questo il significato più autentico dell’eredità lasciataci da Paolo Borsellino.

Ogni anno Palermo torna in via D’Amelio. È giusto che sia così. Ma forse la memoria più autentica vive anche nei luoghi meno conosciuti: in un monumento nascosto dietro una chiesa, in un’aula scolastica dove un insegnante parla di legalità, in una biblioteca, in un libro, nel dialogo fra un padre e un figlio. È lì che Paolo Borsellino continua a vivere. Non nella pietra, ma nelle scelte quotidiane di chi rifiuta l’indifferenza.

La memoria non è soltanto ricordare. È scegliere, ogni giorno, da quale parte stare.

Un pensiero su “19 luglio 1992. Il giorno in cui Palermo pianse due volte

  • Rosario Sanguedolce

    Quel 19 luglio io e mia moglie eravamo in pennichella quando un boato tremendo squarcio’ il silenzio di quel mereggiare mi riebbi subito da quel torpore che solo il caldo atroce di Palermo può suscitare. Non ebbi la percezione di cosa era accaduto ma sicuramente era stato qualcosa di tremendo. Non uscimmo ma dalla TV apprendemmo subito che Paolo, novello vate di se stesso, si era avverata la profezia che lui conosceva bene. Cosa provammo? E chi lo puo’ ricordare? Sgomento credo che fosse il sentimento dominante assieme alla galassia di emozioni che poi sfociarono in un pianto silenzioso e dimesso. Sentivamo quei due giudici come fratelli maggiori cui rivolgersi nei nostri momenti difficili. Non dimentichero’ mai quella citta’ che esponeva le lenzuola bianche come partecipazione a quel evento ma proprio quella città che aveva preparato, costruito quel baratro dentro il quale stavamo per precipitare. Mi ricordo l’omicidio del tenente Dei Cc Malausa che saltò in aria perche avevano imbottito la sua Giulietta. Erano gli anni 60 e da lì cominciò la china discendente di un popolo che ha fatto della rassegnazione religione di vita

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