Intervista a Soumaya
L’intervista nasce in occasione della presentazione del volume al Castello di Maredolce, luogo simbolo della Palermo arabo-normanna, dove la storia continua a ricordarci che il dialogo tra culture non appartiene soltanto al passato, ma può ancora indicare una strada per il futuro.

Oggi il Mediterraneo viene spesso raccontato attraverso le cronache delle guerre, delle migrazioni e delle tensioni internazionali, ma esistono ancora voci che scelgono una prospettiva diversa: quella dell’incontro, del dialogo e della memoria condivisa.
Soumaya Bourougaaoui è una studiosa che guarda al Mediterraneo non come a una frontiera che divide, ma come a uno spazio nel quale, da millenni, popoli, lingue, religioni e culture si incontrano, si confrontano e si arricchiscono reciprocamente. Nel suo lavoro di ricerca, la Tunisia e la Sicilia emergono come due sponde di una stessa storia, unite da relazioni profonde che il tempo non è riuscito a cancellare.
L’intervista che segue accompagna il lettore dentro questa visione. Attraverso le risposte dell’autrice prendono forma temi di grande attualità: il dialogo interculturale, la convivenza tra le religioni, la memoria degli italiani di Tunisia, il ruolo delle donne nella trasmissione della cultura e la responsabilità delle nuove generazioni nel custodire un patrimonio comune.
Ne emerge il ritratto di una studiosa che considera la ricerca non soltanto uno strumento di conoscenza, ma anche un mezzo per costruire ponti tra persone e popoli. Un messaggio quanto mai prezioso per chi continua a credere che la cultura possa ancora contribuire a rendere il Mediterraneo ciò che è stato per secoli: un luogo di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento.

Chi è Soumaya Bourougaaoui
Soumaya Bourougaaoui, è docente universitaria di lingua e civiltà italiana presso l’Università di Cartagine – Istituto Superiore di Lingue di Nabeul. Ha conseguito il dottorato nel 2018 in lingua e letteratura italiana, con specializzazione in civiltà italiana, presso la Facoltà di Lettere e di Scienze Umane dell’Università della Manouba, discutendo una tesi intitolata “La comunità ebraica nell’Italia meridionale ai tempi di Federico II di Svevia”. È membro aderente del CERM (Centro di Ricerca sulle Minoranze) dell’Università degli Studi dell’Insubria. I suoi ambiti di ricerca comprendono la storia medievale e lo studio delle minoranze culturali, religiose e linguistiche in Italia e in Tunisia.
Il ritorno a Palermo
Lei torna spesso a Palermo e ha definito questa città un luogo a cui è profondamente affezionata. Che cosa rappresenta Palermo (Sicilia) per lei e quali emozioni prova ogni volta che vi ritorna?
In realtà, la mia prima visita in Sicilia risale al settembre 2024, quando ho avuto l’opportunità di recarmi a Mazara del Vallo e a Trapani in occasione della mia partecipazione al Summer Course dal titolo “Dialogo interreligioso, dinamiche interculturali e diritti”, organizzato dal Centro interreligioso per il dialogo e la cittadinanza interculturale “Operatori di pace” della Diocesi di Mazara del Vallo, in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza del Polo Universitario di Trapani.
Sono inoltre profondamente legata, anche se inizialmente attraverso una dimensione virtuale, alla Sicilia e in particolare a Palermo, grazie alla collaborazione culturale instaurata con l’Associazione Castello e Parco di Maredolce. Questo legame si è progressivamente rafforzato attraverso il dialogo, gli scambi culturali e la condivisione di interessi comuni legati alla storia e al patrimonio mediterraneo.
Oggi sono particolarmente felice ed emozionata per la mia prossima visita a Palermo, una città che considero un luogo simbolico dell’incontro tra culture, popoli e religioni diverse.

Nel suo libro il Mediterraneo non appare come un confine, ma come un ponte tra civiltà. È questa l’immagine del Mediterraneo che oggi rischiamo di dimenticare?
Sì, esatto. Nel mio libro il Mediterraneo non è rappresentato come un confine, ma come un ponte tra civiltà, tra le due sponde e tra i popoli: uno spazio che unisce, anziché dividere.
Nel corso della sua lunga storia, il Mediterraneo ha favorito la circolazione di persone, idee, conoscenze e tradizioni, dando vita a un patrimonio condiviso che ancora oggi caratterizza le società mediterranee. Pur essendo stato anche teatro di conflitti e di rivalità, la sua identità non può essere ridotta a queste vicende. Ciò che lo rende unico è soprattutto la continua interazione tra civiltà diverse, dalle quali sono nate forme di convivenza, influenze reciproche e una ricchezza culturale straordinaria.
Questa è la visione che ho voluto trasmettere nel mio libro: quella di un Mediterraneo inteso come spazio di dialogo, capace di avvicinare popoli, culture e religioni, nel segno del rispetto reciproco e della comune eredità storica.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo volume? C’è stato un episodio, un ricordo o un incontro che ha fatto nascere il desiderio di raccontare la Tunisia in questa prospettiva?
Questo libro è il risultato di un lungo percorso di ricerca e di riflessione, maturato nel corso degli anni. Fin dai miei studi, la curiosità verso l’altro e il desiderio di conoscere culture, tradizioni e religioni diverse hanno orientato il mio cammino umano e accademico. Ho sempre considerato l’incontro con la diversità come un’opportunità di arricchimento reciproco e di dialogo.
Nel tempo ho avuto l’occasione di conoscere da vicino diverse comunità religiose, comprendendo come le differenze culturali e spirituali costituiscano una ricchezza da custodire e valorizzare. È proprio da questa convinzione che nasce una delle idee centrali del libro: l’identità della Tunisia è profondamente plurale.
Per questo motivo ho dedicato particolare attenzione anche alle iniziative che promuovono il dialogo interreligioso. Ancora oggi la Tunisia valorizza la propria diversità culturale e religiosa. Nel Paese convivono infatti comunità musulmane, cristiane, ebraiche e bahá’í …, testimonianza di una lunga tradizione di incontro e di coesistenza tra fedi e culture differenti.
Questa pluralità non rappresenta soltanto un elemento del passato, ma costituisce uno dei tratti distintivi della Tunisia contemporanea, raccontando una storia di scambi, di convivenza e di reciproche influenze che continua a dare forma all’identità del Paese.
Lei dedica molte pagine ai rapporti tra Tunisia e Sicilia. Quali sono, secondo lei, le somiglianze più profonde tra questi due territori che condividono da secoli la stessa storia mediterranea?
Certamente. La Tunisia e la Sicilia condividono da secoli una storia profondamente intrecciata, fatta di incontri, scambi e influenze reciproche che hanno contribuito a plasmare l’identità del Mediterraneo.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, numerosi siciliani si stabilirono in Tunisia, soprattutto a La Goulette, dove sorse il quartiere della Petite Sicile, sviluppatosi attorno alla chiesa della Madonna di Trapani. Questo luogo divenne uno dei simboli della presenza siciliana nel Paese.
Particolarmente significativa era la processione della Madonna di Trapani, che nel tempo si trasformò in un momento di convivenza e di condivisione. Alla celebrazione partecipavano non solo i cristiani, ma anche musulmani ed ebrei, in un clima di rispetto reciproco che testimonia la capacità delle diverse comunità di vivere insieme, condividendo spazi, tradizioni e momenti di festa.
Anche la lingua racconta questa storia di incontri. I siciliani di Tunisia parlavano il siciliano-tounsi, una varietà linguistica nata dall’incontro tra il dialetto siciliano, l’arabo tunisino e il francese. Come ricorda la scrittrice Marinette Pendola, questo patrimonio linguistico conserva numerosi termini di origine araba entrati nell’uso del siciliano, tra cui balata (grossa pietra piana), babbusci (lumaca), gebbia (vasca per la raccolta dell’acqua) e mischinu (poveretto). Queste parole rappresentano una testimonianza concreta della profonda interazione culturale che ha caratterizzato per secoli le relazioni tra la Sicilia e la Tunisia.

Presenterà il libro proprio al Castello di Maredolce, uno dei luoghi simbolo dell’incontro tra cultura islamica e normanna. Che valore attribuisce a questa scelta?
Sono profondamente felice di poter presentare il mio libro presso il Castello di Maredolce, un luogo di straordinario valore simbolico, che testimonia l’incontro e la convivenza tra la cultura islamica e quella normanna nella storia della Sicilia medievale.
Da alcuni anni ho il piacere di collaborare con l’Associazione Castello e Parco di Maredolce e sono onorata di farne parte come socia. Desidero esprimere la mia sincera gratitudine al Presidente dell’Associazione, il Signor Domenico Ortolano, ai membri fondatori e a tutti i soci per l’accoglienza, la disponibilità e il prezioso lavoro svolto per la tutela e la valorizzazione di questo importante patrimonio.
Nel corso delle mie ricerche ho dedicato attenzione anche al rapporto tra Sfax e Maredolce, due luoghi apparentemente lontani, ma accomunati da una storia mediterranea fatta di relazioni e connessioni. Il confronto tra questi due spazi permette di comprendere come, durante l’età normanna, la Sicilia e il Nord Africa fossero parte di uno stesso sistema mediterraneo, caratterizzato da scambi, contatti politici ed equilibri di potere.

Sfax, importante centro della costa nordafricana, partecipava alle dinamiche economiche e strategiche del Mediterraneo medievale; Maredolce, invece, rappresentava uno dei luoghi emblematici della Palermo normanna, dove si manifestava la forza politica e culturale del regno di Ruggero II.
Questa prospettiva comparativa ci invita a guardare al Mediterraneo non come a uno spazio di separazione, ma come a un luogo di incontro, dove Sicilia e Tunisia hanno condiviso per secoli percorsi storici comuni, segnati da influenze reciproche, dialoghi culturali e trasformazioni profonde.

Nel libro emerge una Tunisia nella quale musulmani, ebrei e cristiani hanno condiviso per secoli spazi, tradizioni e vita quotidiana. Quale insegnamento può offrire oggi questa esperienza storica?
La pluralità religiosa e culturale costituisce uno degli elementi fondamentali dell’identità tunisina e testimonia una lunga storia di incontri, dialoghi e scambi tra popoli e civiltà diverse.
Riconoscere, rispettare e valorizzare questa ricchezza significa preservare una parte essenziale della memoria collettiva del Paese. La Tunisia rappresenta da secoli uno spazio di convivenza e di pluralismo, dove differenti culture e tradizioni religiose hanno lasciato le loro tracce e contribuito alla costruzione di un patrimonio comune.
È un vero crocevia del Mediterraneo, un luogo in cui popoli diversi hanno condiviso conoscenze, idee, pratiche e usanze, creando nel tempo una cultura caratterizzata dall’incontro e dalla reciproca influenza.
Una parte importante del volume è dedicata agli italiani di Tunisia. Quanto ritiene importante conservare la memoria di quella comunità che ha contribuito alla storia del suo Paese?
Sì, è proprio per questo che diventa fondamentale custodire la memoria di quella comunità che, pur provenendo da un altro Paese, ha partecipato alla costruzione della storia moderna della Tunisia.
La presenza italiana sul territorio tunisino si sviluppò progressivamente tra Ottocento e Novecento, soprattutto lungo le zone costiere e nei principali centri economici. Gli italiani non costituirono soltanto una presenza numerica importante, ma crearono anche una rete sociale molto attiva attraverso associazioni, iniziative culturali, forme di solidarietà e organizzazioni professionali. Nel 1911 la comunità italiana contava circa 90.000 persone, diventando una delle componenti più significative della società tunisina dell’epoca.
Il loro contributo riguardò diversi ambiti della vita del Paese: attività commerciali, artigianali, agricole, tecniche e culturali. La loro presenza si inserì in una fase complessa della storia tunisina, segnata dal protettorato francese, ma caratterizzata anche da intensi movimenti di persone, idee e competenze all’interno dello spazio mediterraneo.
La quotidiana condivisione degli stessi luoghi favorì rapporti e contaminazioni tra italiani, tunisini e altre comunità presenti nel Paese, come maltesi, francesi ed ebrei. Da questi incontri nacquero pratiche comuni, scambi linguistici, relazioni sociali e forme di partecipazione che testimoniano la natura profondamente plurale della società tunisina.
La vicenda degli italiani in Tunisia non è soltanto una storia di emigrazione, ma anche una pagina della storia mediterranea, fatta di mobilità, appartenenze multiple e reciproche influenze culturali. Ricordare questa esperienza significa riconoscere il ruolo che questa comunità ha avuto nel percorso di modernizzazione della Tunisia e nella formazione della sua identità contemporanea.
Nel suo racconto trovano spazio molte figure femminili. Quanto è stato importante il contributo delle donne nella trasmissione della memoria culturale tunisina?
Sì, in Tunisia numerose figure femminili hanno svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione della memoria culturale e nella valorizzazione del patrimonio del Paese. Nel mio libro ho voluto rendere omaggio a una delle personalità più emblematiche della Tunisia post-rivoluzionaria: Lina Ben Mhenni, giovane blogger e attivista, divenuta un simbolo di coraggio, di libertà e di impegno civile.
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Con la sua voce ha saputo rappresentare le aspirazioni di un’intera generazione, difendendo con determinazione la libertà di espressione, i diritti umani e la giustizia sociale. Accanto al suo impegno civile, ha partecipato attivamente a numerose iniziative dedicate alla promozione della cultura tunisina, delle tradizioni locali e del patrimonio culturale immateriale, contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza e la consapevolezza del valore della memoria collettiva.
La sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2020, ha lasciato un grande vuoto nella società tunisina. Tuttavia, il suo esempio continua a ispirare molti giovani, ricordandoci che l’impegno, la cultura e la difesa della dignità umana possono diventare strumenti di cambiamento e di speranza. Per questo ho voluto dedicarle un ricordo nel mio libro, riconoscendo il valore della sua testimonianza e del suo contributo alla società tunisina.

Se dovesse riassumere in un solo messaggio ciò che vorrebbe lasciare ai giovani lettori italiani e tunisini, quale sarebbe?
Riconoscere la presenza e il contributo delle minoranze religiose significa tutelare una parte importante della memoria collettiva e della storia di una società. Il rispetto delle differenze non deve essere considerato soltanto un principio teorico, ma una pratica quotidiana capace di favorire la comprensione e la convivenza tra persone e comunità diverse.
La pluralità culturale rappresenta una risorsa preziosa: è ciò che permette a una società di arricchirsi attraverso esperienze, tradizioni e punti di vista differenti. Le diversità, quando vengono accolte con rispetto, non creano distanza, ma possono diventare un terreno comune per costruire nuove relazioni.
L’incontro con l’altro e l’apertura verso ciò che non conosciamo sono alla base di ogni autentico dialogo. Il dialogo culturale e religioso costituisce una strada fondamentale per promuovere la pace, contrastare ogni forma di discriminazione e superare le divisioni alimentate dall’intolleranza.
Nel Mediterraneo, spazio da sempre attraversato da popoli, lingue e religioni diverse, è particolarmente importante continuare a costruire ponti di collaborazione e di conoscenza reciproca. Valorizzare il patrimonio storico e culturale condiviso significa riconoscere che le differenze non sono una minaccia, ma una testimonianza della ricchezza della nostra storia comune.
Dopo questo libro, quale progetto culturale le piacerebbe realizzare per rafforzare ulteriormente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo?
Nel mio percorso accademico e culturale continuerò a promuovere progetti di cooperazione e di collaborazione, con l’obiettivo di valorizzare il dialogo interreligioso e interculturale, favorendo la conoscenza reciproca e la costruzione di nuovi legami tra comunità e culture diverse.
Se dovesse scegliere un solo luogo della Tunisia da mostrare a un palermitano e un solo luogo di Palermo da mostrare a un tunisino, quali sceglierebbe e perché?
Se dovessi scegliere due luoghi simbolici del dialogo tra culture e religioni nel Mediterraneo, a Palermo indicherei la Cattedrale, luogo che custodisce le sepolture di grandi sovrani come Ruggero II e Federico II. Queste figure hanno lasciato un’impronta profonda nella storia della Sicilia medievale, promuovendo una realtà in cui culture, lingue e tradizioni diverse potevano incontrarsi e contribuire alla costruzione di una società plurale.

A Tunisi sceglierei il Mausoleo di Sidi Mehrez, figura emblematica della storia medievale tunisina, venerato come patrono della città e ricordato anche per il suo atteggiamento di protezione e apertura verso le diverse componenti della società.

Questi due luoghi raccontano una stessa dimensione mediterranea: quella di uno spazio in cui le identità non sono state costruite attraverso la separazione, ma attraverso incontri, scambi e reciproche influenze.
Il Mediterraneo è spesso raccontato attraverso guerre, migrazioni e tensioni internazionali, lei sceglie invece di raccontarlo come spazio di dialogo. La cultura può ancora contribuire a costruire ponti dove la politica sembra innalzare muri?
Esattamente. Ritengo che la cultura abbia un ruolo fondamentale perché è capace di creare ponti di dialogo e di avvicinare persone e comunità diverse. Il mondo accademico, insieme a quello artistico e culturale, può favorire gli scambi tra le due sponde del Mediterraneo, promuovendo la conoscenza reciproca, la collaborazione e la valorizzazione di un patrimonio storico condiviso.
Questa convinzione nasce anche dal mio percorso universitario. Ho avuto infatti l’onore di seguire gli insegnamenti del professor Alfonso Campisi, la cui visione del Mediterraneo come spazio di incontro, di dialogo e di reciproco arricchimento tra i popoli ha profondamente influenzato la mia formazione accademica e il mio modo di intendere la ricerca. Grazie al suo insegnamento ho maturato la consapevolezza che lo studio e la cultura possano diventare strumenti concreti per costruire relazioni tra le persone e promuovere il dialogo interculturale.
Il professor Campisi svolge inoltre un ruolo di primo piano nella diffusione della lingua e della cultura siciliane in Tunisia. Il suo impegno si è concretizzato nell’istituzione della Cattedra «Sicilia V. Consolo per il dialogo tra Culture e Civiltà» presso la Facoltà di Lettere, Arti e Scienze Umane dell’Università della Manouba e nella creazione della prima cattedra universitaria al mondo dedicata alla lingua e alla cultura siciliane, della quale è responsabile scientifico. Queste iniziative rappresentano un significativo esempio di cooperazione accademica e culturale tra la Tunisia e la Sicilia e dimostrano come l’università possa contribuire a rafforzare il dialogo e la conoscenza reciproca tra le due sponde del Mediterraneo.

Interessante intervista ad una studiosa del suo paese ma anche ai rapporti che legano le affinità culturali con altri paesi con la stretta realtà storica culturale della Sicilia specialmente Palermo. Un desiderio che molti palermitani amassero e conoscessero la propria la propria città cosi come l’ama Soumaya
Bene, nella pregevole intervista fatta dal prof. Pintaldi alla scrittrice tunisina Soumaya Bourougaaoui , autrice del libro Tunisia crocevia di popoli culture e religioni, è stato esaminato in tutti i suoi aspetti il rapporto tra le diverse culture e tradizioni che si è sviluppato nel corso di due secoli nella Tunisia che anche oggi si presenta anche come centro attivo della promozione in Tunisia della cultura siciliana.
Bene si associa il titolo di questa rivista “intersezioni culturali” al senso di questa intervista condotta in maniera magistrale dal prof Pintaldi. Tutti i popoli che si affacciano nel Mediterraneo ma direi tutti i popoli debbono avere l’orgoglio di appartenere alla circolarità della cultura che interessa tutti e da quella costruire un mondo nuovo basato sul rispetto reciproco. Se ci sono focolai di guerre soprattutto nel mediterraneo o in Europa la tentazione di cercare i responsabile è un fatto di retorica che sa di fuffa. Non vogliamo interagire con altri popoli e non capisco i motivi. Spesso mi viene forte il desiderio di visitare la moschea di Quayruan seconda dopo la mecca ma ormai è troppo tardi. Amo l’arte araba mussulmana che ci ha lasciato capolavori insuperati. Palermo conserva gelosamente questi capolavori che ci raccontano delle storie belle di quando mussulmani, cristiani ed ebrei stavano in pace e ci stavano bene