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Iolanda, la regina senza infanzia

Un dialogo con Giuseppe Corrao tra memoria storica e verità emotiva

Dalla recensione alla conversazione: Giuseppe Corrao riflette sul romanzo dedicato a Iolanda di Brienne, figura dimenticata del Medioevo crociato, riportata alla luce attraverso una narrazione che intreccia rigore storico e profondità emotiva.

Ci sono letture che non si esauriscono nel silenzio individuale del lettore, ma chiedono di essere restituite in forma di dialogo. È anche da questa esigenza che nasce la conversazione che segue.

Il dottor Giuseppe Corrao è legato a me da un’amicizia lunga e sincera, costruita nel tempo su una comune attenzione alle parole, ai libri e alle storie che meritano di essere ascoltate. Ha già avuto modo di intervenire pubblicamente in occasione della presentazione del volume Iolanda, la regina senza infanzia, durante la manifestazione della Via dei Librai a Palermo, offrendo una lettura attenta e partecipe.

A seguito da questo evento, ho sentito il desiderio di riprendere e approfondire alcune delle sue riflessioni, trasformando una recensione nata come gesto spontaneo di lettura in un’intervista più distesa, capace di mettere in luce non solo gli aspetti storici e narrativi del romanzo, ma anche quella dimensione più intima ed emotiva che il testo sollecita.

Ne nasce un dialogo che conserva il tono della confidenza, ma prova al tempo stesso a restituire al lettore uno sguardo lucido e sensibile su una figura che la storia ha lasciato ai margini, e che la narrazione prova, ancora una volta, a riportare al centro.

L’intervista

Giuseppe, come nasce il tuo incontro con questo romanzo?

Nasce in modo molto semplice e, direi, anche molto umano. Sei stato tu a chiedermi di leggerlo in anteprima, senza pretese, come farebbe un lettore qualsiasi. Ho accettato con piacere, ma anche con una certa curiosità: non sapevo bene cosa aspettarmi, e forse proprio questo ha reso l’esperienza più autentica.

Il titolo ti ha colpito subito. Cosa ti ha incuriosito?

Il titolo è stato decisivo. Iolanda, la regina senza infanzia contiene già una tensione: da un lato la regalità, dall’altro una privazione. Mi sono chiesto subito chi fosse davvero Iolanda. E la risposta, almeno inizialmente, è stata quasi disarmante: non lo sapevo. O meglio, non avevo alcun ricordo preciso che potesse giustificare il suo ruolo nella storia.

Questa “assenza” del personaggio nella memoria storica ha influenzato la tua lettura?
Moltissimo. È proprio da lì che parte tutto. Di Iolanda resta poco: un nome, qualche dato essenziale, un matrimonio politico, una morte precoce. Nessuna voce diretta, nessun pensiero tramandato. Questa assenza non è solo un limite storico, ma diventa nel romanzo uno spazio da abitare. Ed è lì che l’autore interviene.

Il romanzo si muove in un contesto storico ben definito. Come ti è sembrato questo equilibrio tra storia e narrazione?

L’impianto storico è solido, riconoscibile. Il periodo è quello del Medioevo crociato, con tutte le sue complessità. Ma la storia non schiaccia mai il racconto. Rimane uno sfondo necessario, quasi una struttura portante, su cui si innesta qualcosa di diverso: la ricerca di una verità emotiva più che documentaria.

Nel libro emerge anche il ruolo delle donne nel Regno di Gerusalemme. Ti ha colpito questo aspetto?
Sì, perché rompe un luogo comune. Non si tratta di eccezioni isolate: il potere femminile, in quel contesto, è parte del sistema. Figure come Melisenda, Sibilla, Isabella, Maria del Monferrato hanno avuto un ruolo reale. E allora viene spontaneo chiedersi: perché Iolanda è rimasta così in ombra?

Secondo te, il romanzo riesce a colmare questo silenzio della storia?

Direi di sì, ma con intelligenza. Non pretende di ricostruire una verità storica assoluta. Fa qualcosa di diverso: costruisce una verità emotiva. Attraverso dialoghi, pensieri, immagini, riesce a dare consistenza a ciò che non è stato tramandato. È un’operazione delicata, ma qui funziona.

La scelta di dare voce al padre, Giovanni di Brienne, è molto forte. Che effetto ti ha fatto?
È una delle scelte più riuscite. Non parla il re, non parla il guerriero: parla un padre. E questo cambia tutto. Il racconto si apre su una dimensione intima, quasi fragile. Si percepiscono le sue esitazioni, le sue paure, il suo amore imperfetto. È lì che il personaggio prende vita, non come figura storica, ma come essere umano.

Iolanda, nel romanzo, non è più un’ombra. Come avviene questa trasformazione?

Avviene progressivamente. Da oggetto della storia diventa soggetto. Non è più solo una figura su cui agiscono gli eventi, ma un centro emotivo. Emergono la sua fragilità, la sua condizione di bambina a cui viene chiesto troppo, troppo presto. Una regina, sì, ma senza il tempo di esserlo davvero.

Ci sono momenti che ti hanno colpito in modo particolare?

Sì, ci sono scene che restano. Non tanto per l’azione, quanto per la loro intensità. La nascita, certi gesti, piccoli dettagli come una carezza, un oggetto… Sono momenti che non gridano, ma si depositano. E proprio per questo colpiscono.

In conclusione, perché consiglieresti questo libro?

Perché è un romanzo che unisce rigore e sensibilità. È interessante sul piano storico, ma soprattutto è capace di restituire umanità ai suoi personaggi. Si legge con facilità, ma lascia qualcosa. E, forse, la cosa più importante è questa: ti porta a guardare con occhi diversi una figura che la storia aveva quasi dimenticato.

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