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Franco Baresi e la bellezza dello sport

La scomparsa del grande capitano del Milan invita a riflettere sul significato più autentico dello sport e dell’eccellenza umana.

«La grande bellezza» di Paolo Sorrentino ci ricorda che perfino la morte, talvolta, può trasformarsi in un grande spettacolo. Non perché celebri la fine di una vita, ma perché riesce a rivelarne il significato…” Questo mi ricorda il prof Rosario Sanguedolce in una recente conversazione. 

È stato anche questo il  sentimento che ho provato osservando le immagini dell’ultimo saluto a Franco Baresi. Migliaia di persone lungo le strade di Milano. Volti commossi. Sciarpe alzate al cielo. E un’unica parola ripetuta all’unisono, quasi fosse una preghiera: «Capitano!»

Non seguo il calcio, ma mi appassiono ai grandi eventi sportivi , calcio compreso. Non ho mai tifato per una squadra e continuo a pensare che il calcio contemporaneo abbia smarrito, almeno in parte, quella dimensione romantica che lo rendeva patrimonio di tutti. Oggi dominano spesso il mercato, gli interessi economici e l’immagine. Davanti a figure come Franco Baresi, tutto questo passa in secondo piano. Perché esistono atleti che appartengono non soltanto alla storia di uno sport, ma alla storia dell’eccellenza umana.

Le cronache di questi giorni, i ricordi dei suoi compagni di squadra e le testimonianze degli esperti del calcio concordano nel descrivere Franco Baresi come un difensore di straordinaria eleganza. Non era un giocatore appariscente né faceva della forza fisica il suo tratto distintivo. La sua qualità più ammirata era l’intelligenza tattica: sapeva leggere il gioco con un anticipo che gli consentiva di intervenire con precisione e di trasformare ogni recupero del pallone nell’inizio di una nuova azione offensiva. Chi lo ha visto giocare ricorda come la sua capacità di impostare il gioco dalla difesa abbia contribuito a ridefinire il ruolo del difensore moderno, dimostrando che la tecnica, la visione di gioco e la misura possono essere efficaci quanto la potenza fisica.

E’ stato la dimostrazione che la perfezione tecnica può essere silenziosa.

Non servono gesti teatrali quando il talento è accompagnato dalla disciplina, dalla misura e dal rispetto dell’avversario.

E’ proprio questo che oggi ci manca: la capacità di riconoscere la bellezza anche dove non produce clamore.

Lo sport autentico non è soltanto competizione. È educazione al sacrificio. È allenamento quotidiano. È rispetto delle regole. È capacità di rialzarsi dopo una sconfitta. È ricerca ostinata della perfezione, pur sapendo che la perfezione assoluta non appartiene agli uomini.

Per questo credo anch’io che lo sport, quello vero, dovrebbe essere annoverato tra le più alte espressioni della cultura umana. Come la musica, la pittura o la letteratura, anche una partita può diventare arte quando chi la interpreta riesce a trasformare il gesto tecnico in linguaggio universale.

Franco Baresi è stato uno di questi interpreti.

Non soltanto un grande campione, ma un esempio di sobrietà, di fedeltà, di serietà professionale. Oggi  cambiare maglia è spesso una scelta di convenienza, egli rimase fedele ai colori che aveva scelto da ragazzo, dimostrando che la lealtà può ancora essere una virtù.

Le migliaia di persone che hanno voluto accompagnarlo nell’ultimo viaggio salutavano uno straordinario calciatore ma anche un modo di intendere lo sport.

Se oggi tanti giovani faticano a trovare modelli credibili, la storia di Franco Baresi può ricordare  loro che il successo più duraturo non nasce dalla notorietà, ma dalla coerenza. Non dal rumore, ma dall’esempio. Non dall’apparire, ma dall’essere.

Questa è la più grande vittoria che un uomo possa conquistare: lasciare il campo tra gli applausi non soltanto per ciò che ha vinto, ma per il modo in cui ha vissuto.

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