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Quando la scienza diventa servizio: la lezione morale del professor Rosario Sanguedolce

Vi sono testimonianze che superano il valore della cronaca e diventano patrimonio culturale. Non raccontano semplicemente un’esperienza professionale, ma trasmettono un modo di concepire il proprio lavoro, il rapporto con gli altri e il significato stesso della responsabilità.

Tra queste meritano certamente di essere ricordate le parole del professor Rosario Sanguedolce, che nel corso di una recente comunicazione ha rievocato oltre cinquant’anni di attività scientifica nel campo dell’oncologia. Un racconto che non ha assunto i toni dell’autocelebrazione, ma quelli della memoria, della gratitudine e dell’impegno civile.

Le sue riflessioni riportano agli anni Settanta, quando la lotta contro il cancro era molto più difficile di quanto non sia oggi. Erano gli anni in cui molte diagnosi lasciavano poche speranze e la ricerca procedeva tra intuizioni, sacrifici e continui interrogativi.

In quel periodo il professor Luciano Rausa, che Sanguedolce ricorda con evidente commozione, introdusse l’oncologia clinica in Sicilia, dando vita a un gruppo di lavoro formato da medici e ricercatori accomunati da un obiettivo semplice e insieme immenso: cercare di salvare vite umane.

Nelle parole di Sanguedolce emerge una concezione della medicina lontana da ogni forma di protagonismo. Ogni paziente perduto rappresentava una ferita personale, come se una parte della vita di ciascun componente del gruppo se ne andasse con lui. Ogni guarigione, invece, diventava motivo di gioia condivisa.

Tra i ricordi più intensi raccontati dal professore vi è quello di una giovane donna colpita da un tumore al seno con metastasi cerebrali. All’epoca le possibilità terapeutiche erano estremamente limitate e il professor Rausa si trovò davanti a una decisione difficile: scegliere tra le terapie tradizionali e un nuovo trattamento antiormonale, allora ancora sperimentale.

Fu una scelta coraggiosa, assunta nella piena responsabilità del medico. La terapia ebbe successo: le metastasi regredirono e la donna guarì. Qualche tempo dopo diede alla luce una bambina.

È, probabilmente,  il passaggio più emozionante della testimonianza quando Sanguedolce afferma che quella bambina venne considerata, da tutto il gruppo di ricerca, «come una figlia». In questa semplice espressione si coglie il senso più autentico della professione medica: il successo terapeutico non è un dato statistico, ma una vita restituita al futuro.

Accanto alla dimensione umana emerge quella scientifica. Sanguedolce racconta di avere dedicato cinquant’anni alla ricerca di metodiche capaci di prevedere, attraverso le tecniche della genetica molecolare, la sensibilità o la resistenza dei tumori ai diversi trattamenti. Un lavoro spesso silenzioso, svolto nei laboratori, lontano dai riflettori, ma fondamentale per consentire ai clinici di scegliere le terapie più efficaci.

È la dimostrazione di come la medicina moderna sia il frutto della collaborazione tra competenze diverse: chi assiste il paziente e chi lavora nella ricerca perseguono, in realtà, lo stesso obiettivo.

Ma forse il messaggio più alto dell’intervento riguarda l’etica professionale.

Con evidente orgoglio, il professor Sanguedolce ricorda che il professor Luciano Rausa e il suo gruppo non accettarono mai compensi personali dai malati di cancro. È un’affermazione che oggi conserva una straordinaria forza morale. Significa ricordare che la medicina è prima di tutto un servizio, fondato sulla dignità della persona e sulla responsabilità verso chi soffre. Questa testimonianza richiama un principio antico ma sempre attuale: il valore di una professione non si misura da ciò che permette di ottenere, ma da ciò che consente di donare agli altri. Le parole del professor Sanguedolce non appartengono soltanto alla storia della medicina. Costituiscono un’eredità culturale che dovrebbe essere trasmessa alle nuove generazioni di medici, ricercatori, insegnanti e professionisti di ogni disciplina.

Perché la competenza senza coscienza rischia di diventare sterile, mentre la conoscenza accompagnata dall’umanità può cambiare il destino delle persone.

È questa, probabilmente, la lezione più preziosa consegnata dalla sua testimonianza: la scienza raggiunge il suo significato più alto quando diventa un autentico atto d’amore verso l’umanità.

3 pensieri riguardo “Quando la scienza diventa servizio: la lezione morale del professor Rosario Sanguedolce

  • Salvatore Abbruscato

    Leggere i commenti del prof. Francesco Pintaldi e ‘ piacevole ed istruttivo perché ci offre il mezzo per conoscere , per riflettere, per apprezzare e custodire nella nostra memoria. Con questo commento conosciamo una parte della vita del prof. Sanguedolce dedicata alla ricerca scientifica sul cancro e alla attività diagnostica e curativa e registriamo con compiacimento il messaggio principale che emerge dalla descrizione del prof. Sanguedolce cioè che la medicina è al servizio della umanità: concetto questo che deve essere ribadito e comunicato a tutti. Conosciamo anche i risultati positivi della operosità dell’equipe scientifica e ci commoviamo leggendo la storia di una donna guarita da un cancro con metastasi al cervello e successivamente ha partorito una bimba, che l’equipe di cui fa parte Sanguedolce, ha considerato la propria figlia.
    Grazie al prof. Pintaldi e al prof. Sanguedolce
    Salvatore Abbruscato

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    • IoGiuseppe Mangano

      Ho avuto modo di leggere l’interessante e bellissimo articolo del sempre ottimo Prof.F. Pintaldi, su un argomento che ci interessa in modo particolare. Ritengo estremamente importante conoscere le innovative terapie utilizzate da chi, come il Prof. R. Sanguedolce ha avuto diretta esperienza come ricercatore nell’ambito di una disciplina scientifica come la Farmacologia, così tanto impegnata nella lotta contro il cancro, a fianco di un grande pioniere in Italia nella ricerca sui farmaci cosiddetti antiblastici: lo scomparso Prof. Luciano Rausa che ha dedicato i suoi studi alla cura dei tumori attraverso la farmacologia cellulare e la farmacocinetica. La parola quindi al Prof. R. Sanguedolce che ci potra’ parlare in maniera chiara di quanto detto in un suo prossimo intervento. Come ci spiegherà piu’ ampiamente il Cattedratico, le tecniche all’avanguardia si concentrano sul trattamento dei singoli casi di tumore nei singoli soggetti colpiti dalla stessa patologia, quindi attraverso uno studio molto piu’ approfondito e con farmaci mirati studiando le caratteristiche genetiche dei pazienti ed il modo con il quale questi affrontano la propria lotta contro la malattia.

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  • Rosario Sanguedolce

    Leggere il commento del prof Pintaldi mi porta molto indietro nel tempo quando il direttore dell’Istituto di Farmacologia sin dal 1956 era l’amato prof Pietro Benigno. La medicina a Palermo era solo chirurgia ma Benigno riuscì a creare dal nulla un Istituto che sarebbe poi stato il termine di paragone per tutti. Il prof Tipaldi voglio paragonarlo ad una figura accademica eccezionale, che fu partigiano a Padova, riconosciuto dai fascisti imprigionato a San Vittore nel Gennaio del 1945 e poi liberato dai partigiani. La figura del prof Pintaldi mi è molto vicina per il suo dire garbato e molto rispettoso. Tal quale come fu il prof Pietro Benigno che la prima cosa che ci insegno’ non fu farmacologia ma il rispetto verso gli altri

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